L’ordine globale sta attraversando un cambio di paradigma profondo, segnato da una crescente instabilità geopolitica ed economica. A certificarlo è un contesto internazionale in cui le scelte di breve periodo sembrano prevalere su una visione strategica di lungo termine. “Mark Carney lo ha detto con chiarezza: l’ordine globale attraversa un cambio di paradigma”, osserva Carlo Benetti, Market Specialist di GAM. “La politica americana appare muscolare e concentrata sull’immediato, capace di vedere la prima mossa ma non le tre successive, incapace di intuire la partita nel suo insieme”.
Secondo Benetti, alcune leadership segnano la fine di un’epoca senza riuscire ad aprirne una nuova. “Trump, per ora, sembra abile nel certificare le contraddizioni del mondo di ieri, ma inadeguato a offrire una visione coerente di quello di domani”. È proprio questa asimmetria, aggiunge, a rendere il tempo presente “così instabile e così difficile da prezzare per i mercati”.
Anche l’economia globale è entrata in una fase di trasformazione strutturale. Nuovi motori di crescita emergono, mentre i riferimenti tradizionali perdono centralità. Il recente appuntamento di Davos ha offerto, ancora una volta, una riflessione sullo stato del mondo che difficilmente inciderà sul corso degli eventi. “Le élite globali si interrogano sullo stato di salute del pianeta in un rituale che, anche quest’anno, difficilmente modificherà una storia che continua a scorrere altrove”, sottolinea Benetti.
All’interno del forum svizzero, tuttavia, un documento merita particolare attenzione: il Global Risks Report del World Economic Forum, curato da Marsh e Zurich. Il Rapporto 2026 individua nel “conflitto geoeconomico” il principale rischio nel breve termine. “Parliamo dell’uso di strumenti economici come dazi, sanzioni, restrizioni agli investimenti e controllo delle tecnologie strategiche come leve di potere”, spiega Benetti. “Un approccio che mette a rischio l’efficienza delle catene di fornitura e la cooperazione internazionale, salendo al primo posto tra i rischi più probabili percepiti per il 2026”.
Il Rapporto delinea inoltre uno scenario di crescente frammentazione. Circa il 68% degli intervistati prevede che l’architettura globale diventerà più divisa nei prossimi dieci anni. “È una rottura netta rispetto all’aspettativa di un ordine cooperativo post-Guerra Fredda”, osserva Benetti. “Insieme all’indebolimento delle istituzioni sovranazionali e all’aumento dei debiti pubblici, questo scenario alimenta rischi tradizionali come recessione, inflazione e formazione di bolle”.
In questo contesto di incertezza strutturale, Benetti individua quattro grandi temi destinati a plasmare l’economia dei prossimi anni. Il primo riguarda i conti pubblici: deficit elevati e debiti in crescita sono tornati sotto la lente dei mercati, con rendimenti a lungo termine più alti e una volatilità strutturalmente superiore. Il secondo tema è legato alle politiche commerciali. “Il ritorno dei dazi e la ricerca di forme antistoriche di autosufficienza economica minacciano la crescita globale e riaccendono i rischi inflattivi”, afferma.
Il terzo fattore è l’invecchiamento della popolazione, che inciderà sull’offerta di lavoro, soprattutto in presenza di politiche migratorie più restrittive. “Le pressioni sui salari potrebbero essere solo in parte compensate dall’automazione e dall’adozione dell’intelligenza artificiale”, spiega Benetti. Proprio l’AI rappresenta il quarto grande tema: il passaggio dal super-ciclo dell’hype alla fase di concreta implementazione degli investimenti. “Il ciclo tecnologico evolve dall’‘impossibile imminente’ al ‘possibile misurabile’”, osserva. “L’entusiasmo lascia spazio all’esecuzione e il mantra del ‘winner takes all’ cede il passo al ritorno della selettività”.
In un mondo meno cooperativo e più competitivo, il successo negli investimenti resta legato a metodo e pazienza. “La sfida non è prevedere il prossimo evento estremo”, conclude Benetti, “ma costruire portafogli anti-vulnerabili, ampiamente diversificati, capaci di sopportare gli inevitabili contraccolpi. Il mondo è entrato nell’era dell’hard power; i mercati, come sempre, si adattano”.
