La trasformazione economica guidata dalle cosiddette “mega forze”, dall’intelligenza artificiale alle nuove dinamiche geopolitiche e fiscali, sta mettendo in discussione i capisaldi tradizionali della diversificazione di portafoglio. È il quadro delineato da Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, che osserva come i tentativi di ridurre l’esposizione agli Stati Uniti o al tema dell’IA si siano tradotti soprattutto in un aumento degli investimenti attivi rispetto al passato.
Secondo Tognoli, infatti, “dopo aver tenuto conto dei fattori che tipicamente spiegano i rendimenti azionari, una quota crescente dei rendimenti azionari statunitensi è legata a un unico fattore comune”. Una dinamica che alimenta l’idea, sempre più diffusa tra gli analisti, che la diversificazione possa rivelarsi un miraggio. A rafforzare questa percezione contribuisce anche la recente impennata dei rendimenti obbligazionari nei mercati sviluppati, che mette in dubbio il ruolo storico delle obbligazioni a lungo termine come elemento di stabilizzazione dei portafogli.
L’aumento dei rendimenti a lunga scadenza è legato, in parte, alle crescenti preoccupazioni per politiche fiscali accomodanti e per il deterioramento delle prospettive di bilancio. In Giappone, i rendimenti dei titoli trentennali hanno toccato massimi storici a inizio mese, con un rialzo superiore ai 100 punti base dall’inizio dell’anno, spinti da un nuovo pacchetto di spesa pubblica e dai segnali di un possibile aumento dei tassi da parte della Banca del Giappone. Anche in Australia e Canada le banche centrali hanno modificato il tono, indicando la fine dei tagli o aprendo alla possibilità di rialzi.
In questo contesto, cresce l’interrogativo su una possibile disconnessione della politica monetaria globale. “Dal nostro punto di vista riteniamo che la disconnessione degli Stati Uniti con le altre banche centrali rappresenti un rischio per il prossimo anno”, afferma Tognoli. Gli Stati Uniti mostrano infatti una crescita e un’inflazione più solide rispetto ad altre economie avanzate, ma mantengono un’impostazione più accomodante, mentre Paesi con dati macro più deboli sono alle prese con banche centrali più aggressive.
Secondo il responsabile macro analisi di Cfo Sim, “vediamo già la Fed tendere a essere troppo accomodante, nonostante le divisioni tra i suoi responsabili politici”, come emerso anche nell’ultimo meeting, in cui il doppio mandato non sembrava giustificare un taglio dei tassi. In questo scenario, i rendimenti dei Treasury a lungo termine potrebbero salire ulteriormente se gli investitori richiedessero un premio maggiore per il rischio, motivo per cui gli analisti guardano con maggiore favore alle scadenze brevi.
A complicare il quadro potrebbero contribuire eventuali segnali di ripresa del mercato del lavoro o della fiducia delle imprese, in grado di riaccendere le pressioni inflazionistiche e le tensioni politiche sulla sostenibilità del debito. “La ripresa dell’inflazione potrebbe anche arrivare dal lato dei costi, non tanto dall’energia, ma dai maggiori dazi”, avverte Tognoli, sottolineando l’importanza dei prossimi dati macro statunitensi, che da gennaio dovrebbero tornare a una pubblicazione più regolare dopo le difficoltà legate alla chiusura delle attività governative, un tema richiamato anche dal presidente della Fed Jerome Powell.
In un contesto così complesso, la diversificazione richiede un approccio più dinamico. “Riteniamo che questo contesto richieda la ricerca di fonti di rendimento realmente idiosincratiche, come i mercati privati e gli hedge fund, come allocazione distinta per generare alfa nei portafogli”, spiega Tognoli.
Lo sfondo resta quello di una fase intensa di riunioni delle banche centrali, con il 2025 che si avvia alla chiusura. Secondo Cfo Sim, esiste il potenziale per un rialzo dei tassi in Giappone, mentre nel Regno Unito potrebbe arrivare un taglio. La BCE dovrebbe invece mantenere i tassi invariati, pur assumendo un atteggiamento più aggressivo. La Fed, che ha già previsto un ulteriore taglio nel 2026, rafforza l’idea di una politica monetaria ancora troppo accomodante nel prossimo anno. Intanto, i rendimenti dei Treasury decennali statunitensi sono saliti ai massimi trimestrali, intorno al 4,20%, mentre le scadenze più lunghe continuano a salire anche in altre aree del mondo.
