Gli Stati Uniti si confermano un Paese sempre più polarizzato, non solo sul piano politico e sociale, ma anche economico. Secondo Ombretta Signori, Head of Macroeconomic Research di Ofi Invest AM, “la domanda interna è stata trainata dai consumi privati dei più ricchi, tanto che il quintile più elevato per reddito ha generato circa il 40% della spesa. Ciò è stato dovuto agli effetti positivi sul patrimonio, causati dall’aumento del prezzo delle azioni, in particolare del settore tech, che da solo oggi genera il 5% del Pil nazionale”.
Sul fronte opposto, prosegue Signori, “i consumi delle famiglie a reddito medio o basso sono strettamente legati al mercato del lavoro, il quale è fermo da quasi un anno, sia in termini di nuove assunzioni sia di licenziamenti. Pertanto, l’occupazione continuerà a influenzare negativamente la crescita Usa, sebbene per il 2026 si preveda comunque una performance positiva e prossima al suo potenziale”. Tra i fattori di sostegno, la ricercatrice cita “il taglio delle tasse, gli incentivi agli investimenti, una politica fiscale più accomodante e una minore incertezza sul fronte commerciale, anche se quest’ultima non scomparirà”.
Quanto all’inflazione, Signori spiega che “quest’anno i dazi sono stati la principale fonte di preoccupazione, ma solo il 40%-50% di questi è stato scaricato sul prezzo finale, meno di quanto osservato nel 2018, a causa di una domanda meno solida. A meno di grandi sconvolgimenti e assumendo che la componente degli alloggi continuerà a contrarsi, l’inflazione globale dovrebbe continuare a ridursi nel 2026, dando modo alla Fed di espandere ancora di più la sua politica monetaria”.
L’anno prossimo sarà inoltre cruciale per la politica: “Nel 2026 si terranno le elezioni di metà mandato e sarà necessario valutare attentamente i costi e i benefici dei dazi doganali”, osserva Signori, mentre negli Stati Uniti è prevista anche “la nomina di un nuovo presidente della Fed”. Sul versante europeo, Geoffroy Lenoir ed Eric Turjeman, co-CIO di Mutual Fund di Ofi Invest AM, sottolineano che “la crescita dell’Area Euro si è retta soprattutto su Spagna, Portogallo e altre economie minori, che mostrano prospettive positive anche per il prossimo anno”. Gli esperti aggiungono che “la domanda interna sarà probabilmente sostenuta da condizioni di finanziamento più flessibili, combinate con un’aliquota IVA più bassa e prezzi dell’energia agevolati per le industrie ad alta intensità energetica. Tuttavia, l’efficacia del piano tedesco per infrastrutture e difesa è cruciale per l’Eurozona, e ritardi o un’allocazione inefficiente delle risorse rappresentano un serio rischio”.
Nel complesso, il team di Ofi Invest AM prevede una crescita leggermente superiore all’1% per l’Eurozona, con consumi moderati ma positivi e investimenti in graduale miglioramento. L’inflazione, in media, dovrebbe restare al di sotto del 2% nel 2026.
Azionario globale
Per quanto riguarda i mercati azionari, Signori avverte che “dopo che quasi tutti i mercati hanno toccato i loro massimi storici, un nuovo dubbio ha invaso le menti degli investitori: se l’AI fosse sopravvalutata?”. Gli esperti ricordano tuttavia che “quando si parla di bolle e tech, il pensiero va subito alla bolla dotcom, ma questo paragone non è corretto. Ci sono valutazioni troppo alte su alcune azioni AI, ma le mega-cap con ricavi enormi trimestre dopo trimestre non sono necessariamente le più vulnerabili”.
Lenoir e Turjeman aggiungono: “Oggi più che mai è fondamentale selezionare accuratamente le azioni da inserire in un portafoglio. Guardare agli utili è la chiave: il P/E ratio a 24 degli Stati Uniti è giustificato solo se la crescita dei guadagni rispetterà le aspettative, mentre i mercati asiatici stanno registrando un robusto processo di catch up. Lo yen più debole spinge l’export giapponese e le riforme strutturali stanno dando i loro frutti. Manteniamo una posizione neutrale sui mercati azionari, favorendo però Giappone e mercati emergenti”.
Obbligazionario globale
Sull’obbligazionario, Signori evidenzia che “la rielezione di Donald Trump ha reso più difficile interpretare i mercati, ma alla fine non ha avuto conseguenze significative, grazie anche alle politiche monetarie accomodanti di Fed e Bce”. Per Lenoir e Turjeman, “i rendimenti obbligazionari sembrano destinati a scendere, seppur limitatamente. Le obbligazioni corporate hanno sovraperformato quelle governative quest’anno, soprattutto nel segmento high yield. Alla luce di ciò, entrambe le tipologie di bond restano un’alternativa valida in ottica buy-and-hold e per diversificare. Tuttavia, rapidità di adattamento e selettività saranno cruciali, e una strategia absolute return potrebbe essere una buona soluzione per resistere al contesto di alta volatilità”.
