Le Borse europee continuano a inseguire da lontano quelle statunitensi, un divario che affonda le radici nella crisi finanziaria globale e nelle difficoltà strutturali del Vecchio Continente. Come osserva Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, “le azioni europee sono rimaste a lungo indietro rispetto alle azioni statunitensi a partire dalla crisi finanziaria globale, con sfide strutturali, tra cui l’invecchiamento della popolazione, che ne hanno rallentato la performance relativa dopo aver superato quelle statunitensi negli anni 2000”. Un ritardo che, secondo l’analista, è riemerso nonostante la fiammata del primo trimestre 2024, il più brillante rispetto agli Stati Uniti dal 2015.
La ripresa che non decolla
Nonostante un contesto macro sorprendentemente resistente, l’Europa non è riuscita a trasformare lo slancio in leadership. Tognoli ricorda che “l’attività economica dell’area dell’euro si è dimostrata tutto sommato resiliente: l’indice PMI composito di ottobre ha raggiunto il massimo degli ultimi due anni e mezzo”, ma la fase di sovraperformance si è rivelata effimera.
Il vero nodo resta quello delle valutazioni: “la lunga sottoperformance dell’Europa significa anche che le valutazioni delle azioni europee sono in ritardo”, spiega. “Ogni settore regionale è scambiato a sconto rispetto al suo equivalente statunitense”.
Il fattore riforme
Quale può essere, allora, la leva decisiva per invertire la rotta? La risposta di Tognoli è diretta: “riforme che affrontino le sfide di lunga data, creino un ambiente più favorevole alle imprese e approfondiscano i mercati dei capitali”.
Le politiche pro-business potrebbero aumentare il ritorno sul capitale, mentre la frammentazione normativa continua a ostacolare la crescita delle aziende europee. Studi della Commissione Europea mostrano che tensioni commerciali e iper-regolamentazione possono deprimere il PIL potenziale fino al 10%. “Rimuovere le barriere interne e allentare le normative potrebbe migliorare i rendimenti”, sottolinea Tognoli.
Un cammino però lento: solo l’11% delle riforme indicate nel rapporto Draghi 2024 è stato pienamente attuato.
Politica fiscale più flessibile e mercati dei capitali più forti
Tra i segnali incoraggianti, la nuova cornice fiscale dell’UE che, come ricorda Tognoli, “consente ai governi di estendere i piani di aggiustamento fiscale se legati a riforme strutturali”, trasformando la politica fiscale da freno a possibile stimolo. Anche Paesi con maggiore capacità di indebitamento, come la Germania, stanno accelerando: Berlino ha avviato un fondo infrastrutturale da 500 miliardi di euro.
Resta cruciale il consolidamento dei mercati dei capitali, oggi troppo poco profondi per sostenere una crescita robusta. L’Europa mira a canalizzare più risparmio privato verso investimenti produttivi, ma il punto di partenza è complesso: le famiglie europee detengono in contanti e depositi una quota doppia rispetto agli Stati Uniti. Da qui la riflessione di Tognoli: “la chiave sta nel trasformare i risparmiatori in investitori”.
I settori favoriti
Gli analisti hanno premiato nel 2025 il settore finanziario, quello delle utility e quello industriale, ma guardano al 2026 con un cambio di preferenze: il settore sanitario, favorito da solidi flussi di cassa e dall’adozione dell’intelligenza artificiale, emerge come protagonista. Nel lungo periodo, si attende un incremento della spesa per la difesa, sospinto dagli impegni NATO.
L’AI come opportunità europea
Sul fronte tecnologico, gli Stati Uniti restano avanti nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma l’Europa può dire la sua nell’applicazione industriale. “L’Europa potrebbe assumere un ruolo guida nella sua adozione, favorendo guadagni di efficienza in settori come il manifatturiero”, ricorda Tognoli.
Prospettive: neutralità con opportunità
Gli analisti restano neutrali sulle azioni europee, ma non pessimisti. Per Tognoli, “non crediamo che l’Europa abbia bisogno di un successo totale su tutti i fronti per voltare pagina, ma solo di un impegno costante nel portare avanti le riforme, non solo nei momenti di crisi”.
Una sfida complessa, ma non impossibile: per tornare competitiva, l’Europa dovrà dimostrare continuità, visione e capacità di esecuzione.
