Vendere l’America? I numeri dicono il contrario

Nonostante il moltiplicarsi di analisi che evocano una presunta fuga dagli asset statunitensi, i numeri raccontano una storia diversa. Gli investitori internazionali continuano infatti a mostrare una forte propensione verso il mercato americano, sostenuti da fattori strutturali che vanno dalla solidità dell’economia alla profondità dei mercati finanziari.

Secondo i dati del sistema di monitoraggio degli investimenti internazionali del Tesoro statunitense, nel 2025 gli investitori stranieri hanno acquistato 1,6 trilioni di dollari netti di azioni e obbligazioni Usa, un record storico. Quasi la metà di questi flussi si è diretta verso il mercato azionario, mentre anche le aste di titoli del Tesoro hanno registrato una domanda estera costantemente robusta.

A spiegare questa dinamica è Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, secondo cui “sono diverse le ragioni per cui gli investitori internazionali hanno mostrato scarsa propensione ad abbandonare le attività statunitensi. Fra tutte, i mercati finanziari, che sono profondi e liquidi, e riflettono innovazione e trasparenza”.

Un quadro che trova conferma anche nell’andamento dei principali indici di Borsa. Lo scorso anno lo S&P 500 e il Dow Jones Industrial Average hanno aggiornato più volte i massimi storici, sostenuti proprio dagli afflussi di capitali dall’estero. Un andamento che sembra smentire la narrativa di una diffusa mentalità da “vendi l’America”, tornata ciclicamente sui media finanziari.

Il contesto macroeconomico gioca poi un ruolo centrale. L’economia statunitense ha dimostrato una resilienza superiore a quella di gran parte dei paesi sviluppati, con una crescita sostenuta dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale e da una spesa per consumi che rappresenta circa il 70% del Pil. Il mercato del lavoro resta solido, con un tasso di disoccupazione storicamente basso. Anche ipotizzando un rallentamento nel 2026, la crescita attesa intorno al 2,4% rimarrebbe sopra il potenziale stimato.

Altrove, il confronto è meno favorevole. La Cina sta affrontando un rallentamento strutturale legato alla debolezza della domanda interna, mentre Europa e Giappone, pur mostrando segnali di miglioramento, continuano però a crescere a ritmi inferiori rispetto agli Stati Uniti.

Un altro elemento chiave è la struttura dei mercati finanziari. Gli Stati Uniti dispongono del più grande mercato mondiale di titoli del Tesoro e di debito societario negoziabile. Un’ampiezza che consente di assorbire ingenti flussi di capitale senza generare eccessive distorsioni nelle valutazioni. Al contrario, mercati più piccoli come quelli dell’Unione Europea e della Cina rischiano di essere rapidamente saturati da afflussi analoghi.

A tutto questo si aggiunge il tema dell’innovazione. Le maggiori società globali per capitalizzazione sono in larga parte statunitensi, in particolare nei settori dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie e della difesa. Non a caso, l’indice S&P 500 ha registrato tre anni consecutivi di utili record e le aspettative indicano il 2026 come possibile quarto anno di crescita, anche grazie a benefici fiscali e a un contesto di deregolamentazione.

In questo scenario, la conclusione appare chiara. “Guardandosi intorno nel mondo, gli investitori hanno scelto di investire in asset statunitensi per una serie di ragioni”, osserva Tognoli. “Mercati finanziari solidi e liquidi e innovazione tecnologica dovrebbero continuare ad attrarre capitali esteri verso le coste degli Stati Uniti. Vendere l’America? Difficilmente gli investitori lo faranno massicciamente”.