Valute: ecco come muoversi nell’attuale scenario secondo Ubp

Questa settimana si preannuncia cruciale per il dollaro statunitense, stretto tra segnali di debolezza macroeconomica e nuove tensioni internazionali. A delineare il quadro è Peter Kinsella, Head of Investment Services UK, Union Bancaire Privée (UBP), secondo cui “la pubblicazione dei dati sul mercato del lavoro statunitense dovrebbe catalizzare l’attenzione del mercato valutario“.

I più recenti dati sull’occupazione non agricola (NFP) hanno mostrato segnali di rallentamento. “Normalmente, dati NFP deboli peserebbero sul dollaro USA”, osserva Kinsella, sottolineando però come il contesto geopolitico possa cambiare le dinamiche. “Gli eventi in Medio Oriente potrebbero prevalere sulle preoccupazioni cicliche relative al mercato del lavoro”.

Il ruolo del conflitto e del petrolio

L’andamento recente del biglietto verde riflette una certa cautela degli investitori. “L’andamento del dollaro dall’inizio del conflitto è stato più debole rispetto a quello registrato in occasione di conflitti precedenti”, spiega Kinsella, attribuendo il fenomeno all’aspettativa iniziale di una crisi di breve durata.

Ora però lo scenario sembra mutare. “La prospettiva di un conflitto di lunga durata e di un aumento dei prezzi del petrolio dovrebbe favorire il dollaro statunitense”, afferma l’esperto, evidenziando come lo shock dei termini di scambio penalizzi soprattutto le economie importatrici di energia come area euro, Giappone e Regno Unito.

In parallelo, l’aumento dell’inflazione negli Stati Uniti potrebbe sostenere i rendimenti obbligazionari. “La prospettiva di un aumento dell’inflazione negli Stati Uniti dovrebbe determinare un rafforzamento dei rendimenti dei titoli a due anni statunitensi, sensibili al ciclo economico”.

Il rischio correlazioni e la lezione del 2025

Non mancano tuttavia elementi di cautela. “L’unico elemento di cautela rispetto alle nostre previsioni sarebbe il ripetersi di una rottura della correlazione tra valute e azioni”, avverte Kinsella, richiamando quanto accaduto dopo gli annunci sui dazi dell’amministrazione Trump nell’aprile 2025.

In quell’occasione, “il dollaro statunitense si è indebolito di pari passo con i forti cali dei mercati azionari, senza offrire alcuna compensazione agli investitori”. Una dinamica anomala rispetto al tradizionale ruolo difensivo della valuta americana.

Al momento, le correlazioni appaiono stabili, ma lo scenario resta fluido. “La situazione potrebbe cambiare se i mercati iniziassero a scontare un conflitto più prolungato, con esiti ancora incerti”. Nel breve termine, tuttavia, “il dollaro dovrebbe mantenere le attuali valutazioni”.

Euro, inflazione e attese sulla BCE

Sul fronte europeo, l’attenzione si concentra sui dati dell’inflazione. “L’evento principale a cui guardare è la pubblicazione dei dati sull’IPC di marzo”, sottolinea Kinsella. Le attese indicano un’inflazione al 2,6% per l’indice headline e al 2,4% per quello core.

La Banca Centrale Europea ha già aggiornato le proprie stime. “La BCE ha rivisto al rialzo le previsioni sull’inflazione per il 2026 per riflettere l’aumento dei prezzi dell’energia”, osserva Kinsella, aggiungendo che potrebbero emergere ulteriori rischi al rialzo.

La presidente Christine Lagarde ha ribadito la disponibilità ad agire. “La BCE è pronta ad aumentare i tassi se necessario”, ricorda Kinsella, evidenziando come i mercati prezzino circa 75 punti base di rialzi entro fine anno.

Effetti di secondo round e prospettive per l’Euro

Il vero nodo resta però la dinamica interna dei prezzi. “L’attenzione della BCE dovrebbe concentrarsi sulla possibilità di effetti di secondo round sull’inflazione generati internamente”, spiega Kinsella, sottolineando che la reazione di salari e imprese sarà determinante.

Questo contesto richiede tempo e cautela. “Ciò richiede pazienza, quindi c’è un certo margine affinché i rendimenti a breve termine tornino a livelli più bassi”.

Storicamente, però, tassi più elevati non bastano a sostenere la valuta unica in presenza di shock energetici. “Tassi BCE più elevati non hanno favorito l’euro durante gli shock dei prezzi dell’energia”, ricorda Kinsella, poiché l’impatto negativo sui termini di scambio tende a prevalere.

In conclusione, il quadro resta sfidante. “Un conflitto prolungato in Medio Oriente, con i conseguenti prezzi elevati dell’energia, dovrebbe pesare sull’euro nel breve termine”. Una visione condivisa anche dagli investitori, come dimostra “il rapido calo delle posizioni lunghe sui futures sull’euro”.