L’analisi di Carlo Gioja, senior portfolio manager di Plenisfer Investments Sgr
Un anno fa il caso DeepSeek scuoteva i mercati: il lancio di un modello cinese a basso costo metteva in discussione la leadership tecnologica statunitense e apriva un interrogativo cruciale per gli investitori: gli enormi investimenti delle big tech Usa nell’Intelligenza Artificiale genereranno ritorni adeguati? E chi saranno i veri vincitori della corsa all’AI?Ne parliamo con Carlo Gioja (nella foto), senior portfolio manager di Plenisfer Investments Sgr.
Dottor Gioja, a che punto è la sfida tra Stati Uniti e Cina sull’AI?
La competizione non è più soltanto su chi ha i modelli migliori, ma ormai verte sulla diffusione e la scalabilità dei modelli. La Cina punta sull’inferenza a basso costo e sull’adozione globale, concentrandosi sull’intera catena del valore, che va oltre agli stessi agenti AI, e include per esempio applicazioni come la robotica. Mentre i modelli occidentali vivono ancora quasi interamente sul cloud, aziende cinesi come Bytedance hanno sviluppato dispositivi con modelli AI “leggeri” installati localmente e pensati per operare anche offline. L’intelligenza artificiale “incorporata”, come la chiama Pechino, è pensata per moltiplicare le applicazioni e i dati, facilitare l’adozione di massa (non solo in Cina), e migliorare la produttività complessiva.
È solo una scelta strategica o riflette differenze più profonde?
Entrambe. Culturalmente, le aziende cinesi hanno sempre mostrato una minore disponibilità a pagare licenze software, per esempio. Il settore SaaS in Cina genera ancora ricavi pari a circa un decimo di quelli statunitensi. Questo renderebbe difficile monetizzare i modelli tramite abbonamenti retail o corporate, e spinge l’industria a cercare altri modelli, tra cui l’open source.
Sul piano strutturale, gli Stati Uniti dispongono dei chip più avanzati, ma devono fare i conti con colli di bottiglia energetici. La Cina, al contrario, non produce semiconduttori di ultima generazione, ma ha una capacità elettrica installata più ampia. Semplificando, Washington ha i chip, Pechino ha l’energia.
Il “DeepSeek Moment” nasce in questo contesto. Un anno dopo, cosa è cambiato?
La Cina non ha ancora accesso diretto ai chip più avanzati, anche se i vincoli ormai non sono così restrittivi come si potrebbe immaginare. Ma la traiettoria è chiara: il nuovo Piano Quinquennale, in approvazione in questi giorni, punta esplicitamente ad integrare l’AI nel maggior numero possibile di prodotti e servizi, e questo richiede bassi costi di inferenza e infrastrutture pronte. Nel 2025 la Cina ha aggiunto circa mezzo terawatt di nuova capacità elettrica, quasi il 50% dell’intera rete statunitense, e con l’iniziativa “East Data West Computing” sta spostando i carichi digitali verso le regioni più ricche di energia. Parallelamente, governi locali offrono sussidi per token computazionali e cloud storage, mentre Pechino incentiva l’uso di hardware domestico.
Eppure, gli investitori restano ancora scettici sulla Cina.
Le sfide che Pechino deve ancora affrontare, per esempio nel settore immobiliare e per stimolare i consumi, sono complesse e non vanno minimizzate. Eppure, uno scenario di successo anche solo parziale della Cina nella corsa all’AI non è riflesso nei prezzi di oggi.
In che senso?
L’indice Msci China tratta intorno a 12 volte gli utili attesi per il 2026, contro circa 22 volte dell’S&P 500, nonostante tassi di crescita attesi medio-alti e sostanzialmente comparabili.
La tecnologia giocherà un ruolo decisivo su entrambi i lati dell’oceano, con una grande differenza: la Cina considera i modelli AI come una commodity strategica, come l’elettricità o l’acciaio, un input abilitante da diffondere il più possibile. E come negli anni Duemila i sussidi all’acciaio hanno rafforzato cantieristica e manifattura, oggi il valore dell’AI potrebbe essere catturato a valle, da aziende di eccellenza in settori industriali e servizi che possono sfruttare input intelligenti a basso costo per consolidare il proprio vantaggio competitivo.
È ancora presto per sapere chi vincerà la corsa all’AI. Ma la Cina è vista ancora troppo spesso solo come un imitatore a basso costo. In realtà, le sue caratteristiche industriali e di sistema la rendono estremamente efficace nel mettere a terra, scalare, coordinare e applicare nuove tecnologie in tempi rapidi, con ricadute positive per le aziende che vi operano.
In sintesi, qual è la domanda chiave per gli investitori?
Se la differenza tra i modelli “di frontiera” e i fast follower si riduce ulteriormente, e il costo di inferenza dei modelli cinesi diventa sempre più attrattivo, che impatto questo avrà sulla produttività delle aziende? Diventeranno ancora più competitive di quanto già non lo siano oggi? Oppure il resto del mondo dovrà incominciare ad usare sempre di più l’AI cinese? Sono scenari a cui oggi il mercato pensa poco, ma che hanno implicazioni molto grandi per i portafogli.
