Ieri sono arrivati dagli Stati Uniti dati macroeconomici definiti “misti” dagli analisti, ma con un denominatore comune: il rallentamento comincia a farsi sentire. Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, ha commentato così il quadro appena emerso: “I dati USA di ieri sono stati misti ma con evidenti segnali di rallentamento. Il Chicago Fed National Activity Index (aprile) è stato positivo rispetto a marzo ad indicare una crescita sopra la tendenza media, mentre quello Case-Shiller Home Prices YoY di marzo, pari a +0,8% su base annua, è risultato in ulteriore decelerazione e sotto le attese, ad evidenza che il mercato immobiliare continua a raffreddarsi”.
Non solo case. Anche la fiducia dei consumatori ha deluso le aspettative. “In calo anche la Consumer Confidence di maggio a 93,1 punti (da 93,8 di aprile) – ha aggiunto Tognoli – penalizzato da prezzi elevati della benzina, inflazione e incertezze geopolitiche”.
Il confronto con l’Europa e i rischi sui consumi
Nonostante questi segnali di frenata, il confronto con il Vecchio Continente resta favorevole agli Stati Uniti. Secondo Tognoli, “rispetto all’Europa gli USA mantengono un vantaggio ciclico, ma il pessimismo dei consumatori americani segnala rischi per i consumi nei prossimi mesi”. Il nodo, spiega l’esperto, resta legato a due variabili: “L’attenzione resta sui prezzi dell’energia e sulle tensioni geopolitiche, che pesano su entrambe le sponde dell’Atlantico”.
Sell in May and go away? I dati raccontano un’altra storia
Chi segue le analisi di Cfo Sim sa che il tema del “sell in May and go away” è già stato affrontato. Ma Tognoli invita a non applicare meccanicamente la vecchia regola. “Analizziamo comunque da vicini i dati per meglio capire la situazione. In vista dell’estate, le azioni statunitensi sembrano meglio posizionate rispetto a quanto suggerirebbe la tradizionale narrativa del ‘Sell in May and go away’”.
I numeri storici danno ragione a un certo scetticismo: dal 1928, l’S&P 500 ha registrato un rendimento medio del 2,5% nel periodo maggio-ottobre, contro il 5,2% del semestre novembre-aprile. Tuttavia, l’indice è salito circa due terzi delle volte. Ma la vera novità, secondo Tognoli, è il cambiamento delle tendenze recenti.
Il ribaltamento delle stagionalità negli ultimi dieci anni
Negli ultimi dieci anni, la vecchia regola stagionale ha perso gran parte della sua forza predittiva. “Nell’ultimo decennio – sottolinea Tognoli – il periodo da maggio a luglio ha generato alcuni dei rendimenti più forti e più costanti dell’anno, con l’S&P 500 che ha chiuso quei mesi in rialzo rispettivamente nel 91%, 82% e 100% dei casi circa. Anche il più ampio periodo maggio-ottobre ha registrato un solido rendimento medio del 6,3% negli ultimi 10 anni”.
E il ribaltamento è ancora più evidente guardando all’anno più recente. “Nei 12 mesi più recenti – scrive Tognoli – il pattern tradizionale si è completamente invertito: l’S&P 500 è salito del 22,8% da maggio a ottobre rispetto al 5,4% del successivo periodo novembre-aprile”.
Il momentum di aprile e cosa dice la storia
Un fattore chiave a sostegno delle tesi rialziste è la performance eccezionale del mese di aprile. “L’S&P 500 ha guadagnato il 10,4% in aprile – ricorda l’analista – segnando il quarto aprile più forte dal 1928, dietro al 1933, 1938 e 2020, e collocando il mese nel 98° percentile di tutti i rendimenti mensili”. Storicamente, aprile così brillanti sono stati un ottimo presagio. “In ciascuno dei casi precedenti con una performance di aprile più forte, l’S&P 500 ha messo a segno un rally significativo per il resto dell’anno, con un rialzo medio del 30,2%”.
Anche in termini più generali, aprile sopra il 5% ha preceduto estati brillanti: “Guadagni di aprile superiori al 5% sono stati storicamente associati a rendimenti estivi superiori alla media, con l’S&P 500 in avanzamento dell’11,6% da maggio a ottobre e con una chiusura positiva in quasi l’80% dei casi”.
L’incognita delle elezioni di metà mandato
Tognoli non nasconde però un possibile fattore di disturbo: il ciclo elettorale di metà mandato. “Sebbene il ciclo delle elezioni di metà mandato (midterm) possa introdurre volatilità – storicamente associata a drawdown (ribassi) di circa il 18% in media – i rendimenti prospettici si sono dimostrati resilienti”. La prova? “L’S&P 500 ha registrato rendimenti positivi nei 12 mesi successivi a ogni elezione di midterm dal 1938, con un guadagno medio del 14,8% in tale periodo”.
La view per la seconda metà dell’anno
Nonostante qualche correzione fisiologica all’orizzonte, la posizione di Cfo Sim rimane chiara e costruttiva. “Nel complesso, l’evoluzione delle tendenze stagionali e il forte momentum di inizio anno supportano una prospettiva costruttiva per le azioni. Sebbene episodi di volatilità, in particolare negli anni di elezioni midterm, siano possibili, tali correzioni hanno storicamente rappresentato opportunità piuttosto che segnalare un cambiamento di trend”.
A sostegno di questa tesi ci sono due pilastri fondamentali. “In un contesto di crescita resiliente degli utili e di continui venti favorevoli strutturali legati all’intelligenza artificiale (AI) – conclude Tognoli – manteniamo una view favorevole sulle azioni statunitensi anche per la seconda metà dell’anno”.
