Il conflitto in Medio Oriente continua a dettare l’agenda degli investitori, alternando fugaci speranze a una realtà di tensioni irrisolte. Se da un lato le trattative diplomatiche hanno portato a un momentaneo sollievo sui listini, dall’altro la distanza tra le posizioni di Stati Uniti, Israele e Iran riporta in primo piano l’incertezza, alimentando la volatilità su azioni e obbligazioni.
L’illusione della tregua e il ritorno dello scetticismo
Le notizie relative a un cessate il fuoco sulle infrastrutture energetiche iraniane e l’avvio di nuovi colloqui di pace avevano inizialmente spinto al ribasso i prezzi del petrolio, sostenendo al contempo i mercati azionari e obbligazionari. Tuttavia, questo clima di distensione è durato lo spazio di un mattino.
A spiegare l’inversione di tendenza è Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim: “Questo ottimismo si è rivelato effimero, poiché la narrazione successiva ha indicato che Stati Uniti, Israele e Iran restano distanti sui termini di un eventuale accordo”. Di conseguenza, prosegue l’analista, “i mercati sembrano sempre più scettici riguardo a una rapida de-escalation del conflitto“, tanto che la promessa di Trump di estendere il cessate il fuoco sulle infrastrutture energetiche non è riuscita a risollevare del tutto il sentiment.
Dopo un mese di conflitto, le stime indicano ora un aumento più prolungato dei prezzi del petrolio nell’arco dell’anno, con riflessi immediati sull’andamento delle Borse.
Azioni sotto pressione, obbligazioni in salita
L’incertezza si traduce in una maggiore pressione sui listini azionari. Gli investitori stanno valutando attentamente il potenziale impatto dell’aumento dell’energia sulla domanda delle famiglie e sui margini di profitto delle imprese. Da inizio marzo, l’indice S&P 500 ha registrato una flessione di circa l’8%, una debolezza concentrata principalmente nei titoli tecnologici a grande capitalizzazione. Il Dow Jones, meno esposto al comparto tech, è rimasto sostanzialmente invariato nello stesso periodo.
Parallelamente, i rendimenti obbligazionari continuano a salire, segnalando la crescente preoccupazione degli investitori per l’impatto inflazionistico del caro energia e per le possibili reazioni delle banche centrali.
L’impatto sulle famiglie: il peso del pieno di benzina
L’effetto del conflitto è già tangibile per i consumatori statunitensi, in particolare alla pompa di benzina. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito di quasi un dollaro al gallone dallo scoppio della guerra, un aumento che si traduce in circa 16 dollari in più per un pieno.
Questi rincari sono destinati a riflettersi rapidamente nei dati ufficiali dell’indice dei prezzi al consumo (IPC). Se i prezzi della benzina rappresentano circa il 3% del paniere dell’IPC canadese, l’effetto domino si estenderà ad altre voci, come i prodotti alimentari, i biglietti aerei e le bollette. Gli analisti stimano che l’inflazione, misurata dal CPI, possa riaccelerare intorno al 4% in media nel 2026.
Tuttavia, secondo Tognoli, non mancano elementi di cautela ottimistica. “La buona notizia è che, a nostro avviso, questa accelerazione dei tassi di inflazione negli Stati Uniti dovrebbe iniziare ad attenuarsi lentamente nella seconda metà del 2026 e tornare più rapidamente verso l’obiettivo all’inizio del 2027“, spiega l’esperto, “presupponendo che la graduale moderazione dei prezzi del petrolio prevista sui mercati a termine sia corretta”.
Nel frattempo, per capire come le famiglie affrontano queste difficoltà, occorrerà monitorare i prossimi rapporti sulle vendite al dettaglio. L’indagine sui consumi dell’Università del Michigan ha già mostrato i primi segnali di un calo della fiducia, con le famiglie più pessimiste sulle prospettive future. “Il calo della fiducia è stato comunque modesto”, osserva Tognoli, “e sappiamo che i consumatori statunitensi sono sostenuti da bilanci solidi, un mercato del lavoro ancora robusto e tagli fiscali”. Tuttavia, aggiunge, “un’inflazione più elevata rappresenterà comunque un freno per la spesa dei consumatori e per la crescita generale degli Stati Uniti nel 2026”.
Il dilemma delle banche centrali tra inflazione e crescita
Lo shock petrolifero pone le banche centrali di fronte a un difficile compromesso. Da un lato, spinge l’inflazione al rialzo, rischiando di mantenere i prezzi sopra l’obiettivo del 2% per il sesto anno consecutivo; dall’altro, erode la crescita economica.
La Fed ha riconosciuto questi rischi nella riunione di marzo, astenendosi dal segnalare imminenti aumenti dei tassi. “Ciò contrasta con l’approccio di altre banche centrali dei mercati sviluppati”, sottolinea Tognoli, “che hanno adottato una posizione più restrittiva di fronte alla recente delusione sull’inflazione, manifestando la volontà di aumentare i tassi di interesse”.
Attualmente, i mercati prezzano solo una piccola probabilità di rialzi dei tassi da parte della Fed quest’anno. L’analista di Cfo Sim conclude: “Crediamo che fino a quando non ci saranno segnali più chiari di una risoluzione del conflitto in Iran, è probabile che i mercati continuino a speculare su potenziali aumenti dei tassi di interesse statunitensi. Tuttavia, un allentamento delle tensioni e il conseguente calo dei prezzi dell’energia, dovrebbero contribuire a placare questi timori e potenzialmente aprire la strada ad una ripresa del dibattito su un possibile taglio dei tassi nel corso dell’anno”.
Opportunità in un contesto di volatilità
Guardando al futuro immediato, i mercati rimarranno probabilmente sensibili alle notizie provenienti dal Medio Oriente, con una volatilità destinata a rimanere elevata. Tuttavia, in questo scenario si intravedono possibili opportunità per gli investitori con un orizzonte temporale più lungo.
Il calo dei prezzi delle obbligazioni dell’ultimo mese ha spinto i rendimenti del Tesoro a dieci anni verso l’area 4%-4,5%, offrendo agli investitori in reddito fisso la possibilità di assicurarsi rendimenti più interessanti. Analogamente, la flessione dei mercati azionari ha ridotto le valutazioni: il Nasdaq è in calo dell’11% rispetto al picco, entrando ufficialmente in territorio di correzione, mentre i rialzi di segmenti come le small-cap e i mercati emergenti sono stati parzialmente annullati.
“Riteniamo che gli investitori con orizzonti temporali più lunghi e una maggiore tolleranza alla volatilità a breve termine potrebbero trovare interessanti opportunità a seguito di questi sconti”, afferma Tognoli.
Nonostante ciò, il messaggio per la maggior parte degli investitori rimane quello della prudenza e della disciplina. “Pur essendoci forse delle opportunità per alcuni investimenti strategici in obbligazioni e azioni, o per un ribilanciamento mirato dei portafogli, riteniamo che il messaggio più generale per molti investitori debba essere quello di rimanere investiti e soprattutto diversificati di fronte all’ultimo shock geopolitico“, conclude l’analista.
Le analisi a lungo termine, ricorda Tognoli, dimostrano che “investire tempo nel mercato ha sovraperformato il tentativo di prevederne l’andamento, anche in periodi di elevata volatilità”. Piani finanziari solidi si basano su aspettative di rendimento a lungo termine che includono sia anni eccezionali, sia i rendimenti peggiori tipici di una serie di shock. “Riteniamo che mantenere questa prospettiva a lungo termine possa contribuire ad attenuare parte dell’ansia legata agli inevitabili alti e bassi”.
