Tensioni nel Golfo e mercati emergenti: cosa accadrà?

La view di Ygal Sebban, investment director e responsabile del team azionario dedicato agli emerging market di Gam Investments, che mantiene una prospettiva positiva

Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente tornano a pesare sui mercati finanziari globali, ma non rappresentano necessariamente un ostacolo strutturale per i mercati emergenti. Anzi, se lo scenario più probabile dovesse prevalere, l’asset class potrebbe continuare a beneficiare di una combinazione favorevole di fattori macroeconomici, demografici e tecnologici.

È questo, in sintesi, il messaggio emerso durante un incontro con la stampa organizzato a Milano da Gam Investments, dove Ygal Sebban, investment director e responsabile del team azionario dedicato ai mercati emergenti, ha analizzato le implicazioni della crisi nel Golfo per gli investitori.

Il nodo dello Stretto di Hormuz

Il punto più critico dello scenario geopolitico attuale è lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota ancora più rilevante delle forniture energetiche dirette verso l’Asia. «Per molti Paesi asiatici – ha spiegato Sebban – la dipendenza da questo passaggio è enorme: circa il 73% dei flussi di petrolio e gas destinati alla regione attraversa questo stretto».

Non sorprende quindi che i mercati abbiano reagito con volatilità all’escalation militare, spingendo le quotazioni del petrolio verso l’alto. Nelle ultime settimane il prezzo del greggio è aumentato di circa 20 dollari al barile, pari a un rialzo vicino al 20% rispetto ai livelli di un mese fa.

Secondo il gestore di Gam, tuttavia, lo scenario centrale rimane quello di una chiusura temporanea dello stretto, limitata a poche settimane. «Se la situazione si normalizzerà in tempi relativamente brevi, l’impatto sull’economia globale resterà gestibile», ha sottolineato Sebban.

Crescita sotto pressione ma non compromessa

Un aumento duraturo dei prezzi dell’energia potrebbe rallentare la crescita economica, ma il contesto macro resta relativamente favorevole. Le slide presentate da Gam mostrano infatti come l’economia globale fosse già in fase di accelerazione prima dello scoppio del conflitto, con il ciclo manifatturiero in miglioramento soprattutto in Asia.

In questo contesto, l’effetto di un rialzo del petrolio potrebbe tradursi più in un moderato rallentamento che in un vero e proprio shock recessivo. Anche l’impatto sull’inflazione, almeno nello scenario base, dovrebbe rimanere contenuto.

«Se il petrolio si stabilizzasse intorno agli 80 dollari al barile, non sarebbe un fattore in grado di cambiare radicalmente l’orientamento delle banche centrali», ha osservato Sebban. Piuttosto, alcune autorità monetarie potrebbero semplicemente rinviare eventuali tagli dei tassi, mantenendo una postura più prudente.

Uno scenario più critico si materializzerebbe invece solo con quotazioni del greggio stabilmente oltre i 100 o i 120 dollari, livello che potrebbe alimentare nuove pressioni inflazionistiche e costringere le banche centrali a politiche più restrittive.

Asia più esposta allo shock energetico

Non tutti i mercati emergenti reagiscono allo stesso modo a un aumento dei prezzi dell’energia. Alcuni Paesi esportatori di materie prime, come Brasile e Colombia, potrebbero addirittura beneficiarne. Al contrario, le economie più dipendenti dalle importazioni energetiche risultano più vulnerabili.

Tra le più esposte figurano Filippine, Thailandia e Turchia, mentre economie più grandi come Cina, Corea del Sud e India dispongono di riserve e strumenti macroeconomici sufficienti per assorbire lo shock nel breve periodo.

Secondo le analisi di Gam, molti Paesi asiatici dispongono di scorte energetiche in grado di coprire diverse settimane o mesi di consumi. La Cina, ad esempio, può contare su circa 80 giorni di riserve petrolifere, mentre la Corea del Sud supera i 200 giorni di copertura.

Il rischio estremo: acqua e desalinizzazione

Oltre alle infrastrutture petrolifere, gli investitori guardano con attenzione anche a un altro elemento critico della regione: gli impianti di desalinizzazione, fondamentali per l’approvvigionamento idrico di molti Paesi del Golfo.

«Se questi impianti venissero colpiti su larga scala, le conseguenze economiche e sociali sarebbero molto più gravi», ha osservato Sebban, sottolineando come l’acqua rappresenti una risorsa strategica per l’intera area.

Mercati emergenti: una storia strutturalmente positiva

Al di là delle tensioni geopolitiche di breve periodo, Gam continua però a mantenere una visione costruttiva sui mercati emergenti. «Ci troviamo in una fase rara, in cui diversi fattori strutturali e ciclici stanno convergendo a favore di questa asset class», ha spiegato il gestore.

Il primo elemento riguarda la demografia. Gran parte della crescita della popolazione mondiale nei prossimi decenni arriverà infatti da Asia e Africa, alimentando la formazione di una nuova classe media e un’espansione della domanda interna.

Un secondo fattore è il cambiamento della composizione settoriale degli indici azionari emergenti. Vent’anni fa questi mercati erano dominati da società legate a energia e materie prime; oggi il peso maggiore è rappresentato da tecnologia e consumi discrezionali, settori tipicamente associati a multipli di valutazione più elevati.

Migliore qualità creditizia

Anche sul piano finanziario gli emergenti appaiono più solidi rispetto al passato. Secondo i dati presentati da Gam, otto dei dieci principali mercati emergenti hanno oggi rating investment grade, mentre vent’anni fa erano soltanto quattro.

Allo stesso tempo, il rapporto tra debito pubblico e Pil in molte economie emergenti resta inferiore a quello dei Paesi sviluppati, offrendo alle banche centrali maggiore flessibilità nella gestione della politica monetaria.

Valutazioni ancora convenienti

Nonostante questi miglioramenti strutturali, le valutazioni dei mercati emergenti restano relativamente contenute. L’indice Msci Emerging Markets tratta mediamente intorno a 13 volte gli utili, contro circa 21 volte dell’S&P 500.

Questo divario riflette anche il fatto che molti investitori globali continuano a essere sottopesati sugli emergenti, lasciando spazio a potenziali flussi in entrata qualora il sentiment dovesse migliorare.

Cina e intelligenza artificiale tra i driver di lungo periodo

Tra i principali catalizzatori della crescita nei prossimi anni Sebban individua due temi chiave: la ripresa della Cina e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Sul fronte cinese, il governo sta cercando di riequilibrare il modello economico aumentando il peso dei consumi interni. Le famiglie cinesi dispongono oggi di ingenti risparmi accumulati negli ultimi anni, che potrebbero trasformarsi in una spinta significativa alla domanda.

Parallelamente, molte aziende tecnologiche asiatiche sono al centro della catena del valore globale dell’AI. Colossi come Tsmc, Samsung e SK Hynix dominano infatti il mercato dei semiconduttori e delle memorie utilizzate nei data center e nelle infrastrutture di calcolo.

Secondo le stime presentate da Gam, gli investimenti globali in capex legati all’intelligenza artificiale potrebbero continuare a crescere almeno fino al 2030, sostenendo i profitti del settore tecnologico asiatico.

Uno scenario ancora costruttivo

In definitiva, le tensioni geopolitiche rappresentano senza dubbio un fattore di volatilità nel breve periodo, ma non sembrano intaccare i fondamentali di lungo termine dei mercati emergenti.

«Se lo scenario base prevarrà – ha concluso Sebban – gli emergenti continueranno a beneficiare di una combinazione rara di fattori favorevoli: crescita demografica, miglioramento della qualità creditizia, valutazioni interessanti e nuovi motori tecnologici come l’intelligenza artificiale».

Per gli investitori globali, dunque, la fase attuale potrebbe trasformarsi più in un’occasione di ingresso che in un segnale di uscita da un’asset class che, dopo anni difficili, sembra pronta a tornare protagonista.