Tassi, inflazione e guerra: l’unica certezza è la disciplina in ottica di lungo termine

I mercati azionari continuano a mostrare segni di debolezza, schiacciati tra l’aumento dei tassi di interesse e l’impennata dei prezzi del petrolio. A pesare sul sentiment degli investitori è soprattutto il conflitto in corso in Medio Oriente, che tiene alta la tensione sulle materie prime.

Questa volatilità non ha risparmiato il mercato obbligazionario. Dopo aver toccato i minimi recenti il 27 febbraio, il giorno prima dell’inizio del conflitto, i rendimenti dei Treasury sono aumentati in modo significativo. Un segnale particolarmente preoccupante arriva dal rendimento a due anni, che si attesta ora circa 0,30% al di sopra dell’attuale tasso effettivo sui fondi federali. Si tratta del primo spread positivo di tale entità dall’inizio del 2023, quando la Fed stava ancora attivamente aumentando i tassi. “Questo è un segnale che gli investitori ritengono che la Fed potrebbe dover aumentare i tassi di interesse”, spiega Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim.

La scommessa sui tassi e il nuovo scenario

Le prospettive di politica monetaria stanno subendo una rapida revisione. Il mercato sta ora scontando tagli dei tassi per il 2026 e l’inizio del 2027, ma contestualmente assegna una probabilità di quasi il 40% a un effettivo aumento dei tassi entro ottobre di quest’anno. Un cambiamento radicale che, secondo gli analisti, riflette il timore che l’inflazione si propaghi oltre il settore energetico, intaccando l’intera economia.

In questo quadro di incertezza, fa notizia l’intervento di Trump, che su Truth Social ha dichiarato di aver dato istruzioni al Pentagono di rinviare di cinque giorni tutti gli attacchi militari pianificati contro le infrastrutture energetiche iraniane, citando “colloqui molto positivi e produttivi” tra Washington e Teheran. L’annuncio ha avuto un effetto immediato: i prezzi del petrolio sono calati e i rendimenti dei titoli del Tesoro hanno subito una leggera flessione.

Tuttavia, come avverte Tognoli, la realtà dei dati economici suggerisce che le pressioni inflazionistiche erano già in atto prima dello scoppio del conflitto. “I dati economici della scorsa settimana suggeriscono che questo trasferimento dell’inflazione si stava verificando anche prima dello scoppio del conflitto in Medio Oriente”, commenta l’esperto, sottolineando come gli aumenti dei prezzi si siano manifestati lungo tutta la catena di approvvigionamento statunitense.

L’inflazione non molla la presa

I numeri diffusi nelle scorse settimane confermano un quadro inflazionistico ancora rovente. L’indice dei prezzi alla produzione (PPI) è aumentato dello 0,7% a febbraio, più del doppio rispetto allo 0,3% previsto. Il PPI core, che esclude cibo ed energia, è cresciuto dello 0,5% dopo il balzo dello 0,8% di gennaio. Su base annua, l’aumento ha raggiunto il 3,9%, il livello più alto da gennaio 2025.

Le ripercussioni si fanno sentire anche sulle misure di inflazione più attese dalla Fed. I dati suggeriscono che l’inflazione di base delle spese per consumi personali (PCE) a febbraio potrebbe attestarsi allo 0,4% su base mensile. Se confermato, sarebbe il terzo mese consecutivo con questo dato, un ritmo più del doppio di quanto necessario per un ritorno sostenibile all’obiettivo del 2% fissato dalla Fed.

“Il tasso PCE core annuo si attesta attualmente al 3,1% a gennaio 2026, lo stesso livello raggiunto alla fine del 2023”, evidenzia Tognoli. “In altre parole, la Fed non ha fatto praticamente alcun progresso verso il raggiungimento del suo obiettivo di inflazione del 2% negli ultimi due anni.”

Fed nel mezzo tra inflazione e lavoro

Di fronte a questi dati, la Banca Centrale americana si trova in una posizione sempre più complessa. Dopo la sua ultima riunione, il Federal Open Market Committee (FOMC) ha alzato il tasso PCE core mediano di fine anno al 2,7% dal precedente 2,5%. Il presidente Powell ha citato esplicitamente gli aumenti dei prezzi legati ai dazi doganali, descrivendoli come un “riflesso dei lenti progressi” nella disinflazione, e ha riconosciuto il contributo del recente shock energetico a un’inflazione più rigida.

Queste pressioni si scontrano con un mercato del lavoro in fase di indebolimento. La tensione è emersa chiaramente nell’ultima votazione del FOMC, dove i membri hanno optato per il mantenimento dei tassi invariati con un solo voto contrario (Miran, che auspicava un taglio di 25 punti base). Si tratta della sesta riunione consecutiva con un voto contrario, la frequenza più alta di disaccordo tra i funzionari dal periodo 2011-2013.

Sul fronte occupazionale, Powell ha osservato che negli ultimi mesi la crescita netta dei salari nel settore privato è stata praticamente nulla, con il comitato che ritiene che anche la crescita dell’offerta di lavoro possa essere pari a zero, creando un equilibrio senza precedenti che lo stesso Powell ha definito “scomodo”. Questa mancanza di chiarezza ha portato a un “dot plot” leggermente più restrittivo, che continua a segnalare un taglio dei tassi per il 2026, in diretto contrasto con le quotazioni di mercato e con i titoli del Tesoro a due anni, i quali suggeriscono che un aumento dei tassi sia ora una possibilità concreta.

Strategie per un futuro molto incerto

Il percorso della politica monetaria rimane incerto quanto il contesto economico stesso. Commentando il recente shock energetico, Powell ha ricordato che, sebbene nel breve termine l’aumento dei prezzi spingerà al rialzo l’inflazione generale, è ancora troppo presto per conoscere la portata e la durata dei potenziali effetti sull’economia.

In questo contesto di elevata volatilità, caratterizzato da dazi doganali, conflitti geopolitici, contrazione del mercato del lavoro e incognite legate all’intelligenza artificiale e al credito privato, la raccomandazione degli analisti resta quella della prudenza strutturale. “L’attuale contesto di mercato presenta numerosi rischi a breve termine che sfuggono al controllo degli investitori”, conclude Antonio Tognoli. “Quello che è possibile controllare è un’ampia diversificazione, unita ad una rigorosa strategia di allocazione degli asset di lungo termine”.