Il primo trimestre del 2026 si è distinto per una profonda frattura tra due fasi di mercato radicalmente diverse. Una prima parte dominata dall’ottimismo e dall’appetito per il rischio, seguita da un brusco deterioramento legato all’escalation geopolitica in Medio Oriente, che ha cambiato il quadro per investitori e asset globali.
“Il primo trimestre del 2026 verrà ricordato come un periodo caratterizzato dall’emergere di due distinti regimi di mercato”, osserva Anis Lahlou, CIO European Equities di Aperture Investors (parte di Generali Investments).
Gennaio si era aperto con un deciso clima risk-on, sostenuto dalla forza ciclica e dalla sovraperformance delle azioni europee rispetto a quelle statunitensi. L’MSCI Europe aveva guadagnato il 3,1%, spinto soprattutto dai semiconduttori e dalle risorse di base, favoriti dall’espansione della spesa in difesa, infrastrutture e intelligenza artificiale.
A sostenere il rally avevano contribuito risultati societari solidi e nuovi piani di investimento dei grandi gruppi tecnologici, mentre il comparto europeo della difesa aveva beneficiato del crescente inasprimento geopolitico.
Febbraio tra prese di profitto e volatilità
Il mese di febbraio ha introdotto elementi di maggiore complessità. Da un lato si sono manifestate prese di profitto sui titoli legati all’intelligenza artificiale, complice l’emergere di timori sull’impatto dell’IA su occupazione qualificata e modelli di business, in particolare nei settori software e fintech.
Parallelamente, l’evoluzione dei rapporti tra grandi aziende tecnologiche e governi ha alimentato interrogativi regolamentari e di governance, contribuendo ad accrescere la volatilità.
Secondo Lahlou, “la dispersione a livello di singoli titoli è rimasta eccezionalmente elevata, creando ampie opportunità di alpha attraverso una selezione titoli bottom-up”.
L’Operazione Epic Fury e lo shock Hormuz
La vera svolta è arrivata a fine trimestre, con la drammatica escalation geopolitica culminata nell’Operazione Epic Fury, il coordinato intervento militare di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Il successivo blocco dello Stretto di Hormuz, il 4 marzo, ha provocato quella che viene definita la più grave interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale, mettendo a rischio fino a 20 milioni di barili al giorno e circa il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto.
Le conseguenze sono state immediate: Brent oltre i 100-120 dollari al barile, prezzi del gas europeo quasi raddoppiati oltre i 60 euro per megawattora e dichiarazione di force majeure da parte di QatarEnergy.
L’impatto si è riflesso anche sui mercati finanziari. L’MSCI Europe ha chiuso il trimestre in calo dello 0,94%, mentre l’S&P 500 ha perso circa il 4,6%.
“Questa crisi presenta caratteristiche strutturalmente diverse rispetto ai precedenti shock petroliferi”, sottolinea Lahlou.
La risposta delle banche centrali e il rischio macroeconomico
Il deterioramento dello scenario ha avuto effetti anche sulla politica monetaria. La Banca centrale europea ha rinviato i previsti tagli dei tassi, rivedendo al rialzo le stime di inflazione per il 2026 e riducendo quelle di crescita del Pil.
Particolarmente vulnerabile l’Europa, entrata nella crisi con stoccaggi di gas al 30% della capacità, ben al di sotto dei livelli registrati negli ultimi due anni.
Pur senza equiparare il quadro alle crisi energetiche degli anni Settanta, il gestore segnala rischi asimmetrici. “Il conflitto è destinato a risolversi, ma il punto di arrivo sarà probabilmente peggiore del punto di partenza”, afferma.
Da qui la scelta di ridurre tatticamente l’esposizione del fondo nel corso di marzo, privilegiando disciplina e gestione del rischio.
Small cap europee sotto pressione
Il contesto risk-off ha colpito in particolare le small cap europee. L’MSCI Europe Small Cap ha chiuso il trimestre a -2,8%, sottoperformando le large cap, soprattutto per le vendite sui titoli più esposti alla domanda domestica.
Fa eccezione il settore energia, che ha registrato un balzo del 38,5%, mentre i comparti sensibili ai tassi e ai consumi hanno pesato sull’indice.
Eppure, proprio la correzione viene vista come un’opportunità. “Per gli investitori non esposti alle small cap europee a inizio 2026, riteniamo che l’opportunità resti pienamente aperta”, osserva Lahlou.
Le valutazioni restano vicine ai minimi pluriennali rispetto alle large cap, mentre utili relativi, posizionamento e flussi suggeriscono condizioni che in passato hanno anticipato fasi di sovraperformance.
Il superciclo dei semiconduttori resta intatto
Nonostante la volatilità, resta forte la convinzione che il superciclo dei semiconduttori sia ancora nelle fasi iniziali.
“Il superciclo dei semiconduttori apparso come uno tsunami è ancora nelle sue fasi iniziali, sostenuto da una domanda strutturale legata all’intelligenza artificiale”, evidenzia Lahlou.
A supporto di questa tesi ci sono ordini robusti e strozzature persistenti in segmenti chiave come HBM e DRAM, mentre l’AI Logic continua a trainare i ricavi di TSMC.
L’innovazione si estende inoltre lungo tutta la catena del valore, da Silicon Photonics ad Advanced Packaging e Optical Switching, con nuove opportunità che si aprono anche in robotica, spazio e sensori.
Sul versante software, l’adozione dell’IA impone ristrutturazioni operative, ma apre anche nuove aree di crescita per società innovative ancora poco valorizzate.
M&A e selezione attiva come fattori di supporto
A rafforzare l’appeal delle small cap europee contribuisce anche la riaccelerazione delle operazioni di fusione e acquisizione, con molte società che restano target in settori frammentati.
Secondo Aperture Investors, il segmento offre oggi un profilo rischio-rendimento particolarmente interessante per chi punta su una gestione attiva e sulla selezione bottom-up.
“Nel complesso, le small cap europee offrono oggi un profilo di rendimento particolarmente interessante, ideale per una selezione titoli attiva”, conclude Lahlou.
