L’impennata del prezzo del petrolio, innescata dal conflitto in Medio Oriente, sta mettendo alla prova la resilienza di Stati Uniti, Europa e Cina. Ma mentre i mercati finanziari sembrano reagire con relativa calma, gli esperti si interrogano su un possibile rallentamento più profondo. In questo scenario, Paul Doyle, responsabile azionario large cap Europa di Columbia Threadneedle Investments, invita a non sottovalutare i rischi.
La domanda chiave, scrive Doyle, è se il prezzo del petrolio abbia raggiunto livelli sufficientemente alti da innescare una recessione. “Storicamente, le recessioni negli Stati Uniti sono state precedute da uno shock petrolifero, ad eccezione di quella innescata dalla pandemia del Covid”, si legge nel rapporto. L’aumento da 60 a 100 dollari al barile è significativo, e poiché la domanda statunitense di petrolio è “inelastica ai prezzi”, servirebbe un raddoppio o triplo del costo per ridurla del 10%. Le conseguenze si fanno già sentire su materie plastiche, fertilizzanti e trasporti.
L’analisi mette in guardia: anche in caso di cessate il fuoco, “il 12% della produzione petrolifera è bloccata: ci vorranno mesi per tornare alla piena capacità e anni per ricostruire le infrastrutture distrutte”. I prezzi potrebbero restare elevati per tutto il 2026.
Uno scenario di crescita più lenta
Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, un aumento del 10% del prezzo del petrolio sottrae 10-20 punti base alla crescita globale. Se la crisi perdurasse fino a fine anno, la Federal Reserve Bank di Dallas prevede una revisione al ribasso di 1,3 punti percentuali. Doyle sottolinea che a preoccupare non sono solo gli effetti inflazionistici diretti, “ma soprattutto quelli di secondo livello: la contrazione della spesa discrezionale delle famiglie, l’aumento della disoccupazione e il rischio di recessione”.
Stati Uniti: investimenti record ma fragilità nascoste
Negli Stati Uniti, i giganti della tecnologia (hyperscaler) come Amazon, Google, Microsoft, Meta e Oracle spenderanno quest’anno circa 700 miliardi di dollari in investimenti. “Da generatori di flussi di cassa a basso impiego di capitale, gli hyperscaler stanno ora facendo ingenti investimenti”, scrive Doyle. Tuttavia, mentre il flusso di cassa operativo aumenta, il free cash flow crolla. Gli investitori sembrano aver superato le preoccupazioni su una possibile bolla dell’AI, ma il Doyle avverte: “In termini di percentuale del PIL, la spesa per l’IT è superiore al picco del 2000, e i titoli tecnologici rappresentano la metà dell’S&P 500 – una quota più elevata rispetto alla bolla dotcom/TMT”. La crescita degli utili è inoltre molto concentrata: solo nel primo trimestre del 2026, metà della crescita dell’S&P 500 è riconducibile a Nvidia e Micron.
Sul fronte delle famiglie, le azioni detenute valgono 70 trilioni di dollari, pari al 220% del PIL (era il 130% nel 2000). Ma i consumi dipendono in gran parte dai salari, e i segnali non sono incoraggianti: i non-farm payrolls aumentano di appena 60.000 posti al mese. Il tasso di risparmio è sceso al 3,9%. “In assenza di una crescita più robusta dei salari nominali, l’inflazione energetica comprimerà i salari reali e le famiglie ridurranno la spesa”, avverte Doyle.
Secondo gli swap CPI, l’inflazione nei prossimi 12 mesi supererà il 3% sia negli Stati Uniti che in Europa. Tuttavia, le aspettative di lungo termine rimangono ancorate perché la crescita dei salari rallenta. Per questo, secondo l’analista, “probabilmente la Fed ridurrà i tassi, rendendo improbabile il concretizzarsi delle aspettative hawkish”.
Europa: meglio l’approccio value
L’Europa aveva aperto il 2026 con un forte recupero, poi interrotto dal conflitto in Medio Oriente. “All’inizio dell’anno, ci aspettavamo una crescita a doppia cifra, invece ora, a seconda della durata della crisi, le previsioni oscillano tra il 5 e il 10%”, scrive Doyle. Il consenso si aspetta un rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea, ma per l’esperto “potrebbe essere un errore di politica monetaria”. La Germania continua ad allentare la politica fiscale, un’opzione però preclusa ad altri Paesi europei.
Sul piano degli investimenti, quest’anno l’approccio value ha performato meglio del growth sia in Europa che negli Stati Uniti. Nonostante le valutazioni americane si siano ridotte, “il divario con il resto del mondo rimane ampio”.
Cina: edilizia in eccesso e demografia sfavorevole
La Cina presenta criticità strutturali. “L’avvio di nuovi cantieri edili è diminuito del 75% rispetto ai massimi del 2019, ma i progetti completati sono scesi solo del 44%”, con un accumulo di progetti in sospeso. I rendimenti da locazione sono i più bassi al mondo, il che implica ulteriori cali dei prezzi. Inoltre, “la popolazione in età lavorativa potrebbe diminuire del 70% entro la fine del secolo”. Le misure anti-involuzione, pensate per frenare l’eccessiva concorrenza, rischiano di deprimere ulteriormente gli investimenti.
Ottimismo da bilanciare
“Sebbene lo shock petrolifero non si traduca automaticamente in una recessione, ne aumenta certamente il rischio”, conclude Doyle. Con l’inflazione in aumento e la crescita dei salari che non funge più da ammortizzatore, il rallentamento della domanda è destinato a intensificarsi. I margini aziendali forniscono un cuscinetto temporaneo, ma i costi del carburante pesano sui consumatori, rendendo “l’ottimismo sugli utili vulnerabile ad un’inversione”.
L’economia europea è indebolita: ciò riduce il rischio di inflazione ma aumenta le probabilità di recessione. Se la guerra in Medio Oriente si protrarrà a lungo, i rialzi dell’indice PMI manifatturiero potrebbero invertirsi. Gli Stati Uniti si dimostrano più resilienti: “le aspettative sugli utili continuano a salire e, nonostante le valutazioni rimangano elevate e il rischio concentrato, la crescita – seppur più fragile – è destinata a continuare”.
