Nel mondo obbligazionario, le inefficienze strutturali dei benchmark passivi sono da tempo terreno fertile per i gestori attivi. Ma con l’inizio del 2026 e un quadro macro e di mercato sempre più complesso, la distanza tra gestione attiva e passiva nel reddito fisso rischia di ampliarsi ulteriormente.
Secondo Gary Smith, Head of EMEA Client Portfolio Management team, Fixed Income, e Luke Copley, Client Portfolio Manager, Fixed Income, di Columbia Threadneedle Investments, il contesto attuale sta mettendo sotto pressione i mercati obbligazionari su più fronti. “La competizione per i capitali si sta intensificando, i disavanzi pubblici continuano a crescere e i mercati del credito saranno chiamati ad assorbire una nuova ondata di emissioni”, spiegano i due esperti.
A trainare questo scenario è anche il nuovo ciclo di investimenti legato all’intelligenza artificiale, destinato ad andare ben oltre il perimetro del settore tecnologico. “L’adozione dell’AI sta ampliando il ciclo di investimenti in conto capitale, coinvolgendo infrastrutture di rete, capacità energetica, data center e manifattura”, osservano Smith e Copley. Il finanziamento di questi progetti di lungo periodo passerà in larga parte dai mercati obbligazionari societari, con le big tech – forti di bilanci solidi e basso indebitamento – pronte a tornare sul mercato in modo opportunistico.
In questo contesto, la difesa dei rating creditizi assume un ruolo centrale. Se da un lato i grandi gruppi tecnologici dispongono di margini di manovra, dall’altro le aziende più tradizionali, con rating già sotto pressione, potrebbero essere costrette a offrire premi di rendimento più elevati. “Questo potrebbe tradursi in una maggiore volatilità degli spread e in un aumento delle soluzioni ibride o dei finanziamenti legati alle energie rinnovabili per sostenere i progetti energetici connessi all’AI”, sottolineano i due gestori.
Secondo Columbia Threadneedle Investments, è proprio in un ciclo di investimenti così articolato che la gestione attiva mostra il suo valore. “Un gestore attivo può adottare un approccio realmente basato sul rischio, man mano che emergono informazioni sulla concentrazione settoriale e sul volume delle nuove emissioni”, affermano Smith e Copley. A ciò si aggiunge la rapida crescita del credito privato, destinata – secondo le loro analisi – a contribuire a un contesto di maggiore volatilità per l’intero universo del credito. “Per chi cerca esposizione al credito, la scelta di un gestore attivo diventa quindi cruciale”.
Quattro limiti strutturali della gestione passiva
Il primo nodo riguarda la costruzione degli indici obbligazionari, tipicamente ponderati per la capitalizzazione di mercato. Questo meccanismo, spiegano gli esperti, porta a una sovraesposizione verso gli emittenti più indebitati, indipendentemente dalla loro qualità creditizia. “Gli indici finiscono per premiare chi emette più debito, obbligando i fondi passivi ad aumentare l’esposizione proprio verso i titoli più fragili”.
Una distorsione che può diventare particolarmente evidente nei momenti di stress settoriale. In passato, settori come quello bancario nel 2008 o tecnologico nel 2001 hanno visto crescere il proprio peso negli indici proprio alla vigilia delle crisi, lasciando gli investitori passivi esposti nel momento peggiore. Al contrario, nella fase di recupero, la riduzione dell’indebitamento penalizza nuovamente i tracker, che partecipano solo marginalmente al rimbalzo.
Un secondo elemento critico riguarda le regole di inclusione basate sul rating. Il passaggio di un’obbligazione da investment grade a high yield – i cosiddetti fallen angels – costringe i fondi passivi a vendite automatiche in fase di ribilanciamento, spesso a prezzi penalizzanti. “Questi flussi sono guidati da regole, non dai fondamentali”, ricordano Smith e Copley. Al contrario, un gestore attivo può evitare vendite forzate o cogliere opportunità su titoli temporaneamente depressi, così come entrare sulle rising stars prima che l’effetto degli acquisti passivi sia già scontato nei prezzi.
Il terzo limite è il turnover elevato. Gli indici obbligazionari globali registrano in media un turnover annuo compreso tra il 15% e il 25%, con costi di transazione che non sono riflessi nei rendimenti teorici del benchmark. “I fondi passivi tendono quindi a sottoperformare strutturalmente l’indice, mentre la gestione attiva può selezionare quando e come partecipare ai ribilanciamenti”, spiegano i due professionisti.
Infine, c’è il tema della stabilità dei fattori di rischio. Negli ultimi vent’anni, i benchmark creditizi hanno visto un progressivo deterioramento dei rating medi e un significativo allungamento della duration, soprattutto nel periodo post-Covid. “Essere passivi significa accettare cambiamenti rilevanti nell’esposizione al rischio senza un vero controllo”, osservano Smith e Copley. In un contesto in cui i disavanzi fiscali dei Paesi del G7 restano elevati e il rischio di duration è tornato centrale, la gestione attiva consente di adattare in modo più efficace obiettivi e linee guida di portafoglio.
Gestione attiva come leva di efficienza
Secondo Columbia Threadneedle Investments, la complessità stessa del mercato obbligazionario rappresenta un’opportunità. Un singolo emittente investment grade può avere decine di titoli in circolazione, con differenze significative in termini di scadenza, seniority, rendimento e valuta. “È proprio questa complessità a creare spazio per una gestione attiva più efficiente del rischio e orientata al rendimento totale”, spiegano Smith e Copley.
Con prospettive globali ancora incerte per il 2026, la conclusione dei due gestori è netta: affidarsi a una gestione attiva nel reddito fisso non è solo una scelta tattica, ma una decisione strategica. “In un mercato sempre più affollato e selettivo, essere sailors attivi piuttosto che observers passivi può fare la differenza”.
