Portafogli e petrolio in rally, la strategia di Julius Baer: “Titoli oil & gas come copertura”

A un mese dall’inizio delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, il conflitto non mostra segni di una rapida risoluzione, gettando un’ombra lunga sull’economia globale. Con il prezzo del petrolio stabilmente sopra i 115 dollari al barile e lo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di greggio – di fatto paralizzato, gli investitori si interrogano sulla durata e sulla profondità dello shock energetico.

Mark Matthews, Head of Research Asia di Julius Baer, dipinge uno scenario di incertezza prolungata. “La persistente forza militare dell’Iran e il forte aumento dei prezzi del petrolio indicano la possibilità di un conflitto di lungo periodo”, afferma l’esperto, sottolineando come Teheran possegga ancora metà dei suoi missili balistici e un numero crescente di droni.

Il parallelo con le crisi energetiche del passato è inevitabile. Matthews ricorda come “all’indomani della guerra dello Yom Kippur e dell’embargo petrolifero dell’OAPEC nel 1973, il prezzo del petrolio aumentò di oltre quattro volte, provocando la prima recessione globale dalla Grande Depressione”. Tuttavia, l’analista invita a un cauto ottimismo: “Oggi le economie utilizzano il petrolio in modo molto più efficiente, quindi l’impatto sarà minore. Tutto dipende davvero da quanto durerà la guerra”.

Petrolio in modalità panico, ma per Julius Baer è un picco di breve durata

L’impennata dei prezzi ha innescato quello che Norbert Rücker, Head Economics and Next Generation Research di Julius Baer, definisce senza mezzi termini un “panico” sui mercati. “I prezzi sono saliti a tre cifre mentre la guerra con l’Iran aumenta i livelli di tensione”, spiega Rücker, osservando come “gran parte di questo movimento sembra derivare da nervosismo e sentiment di mercato, poiché nel fine settimana non sono emersi cambiamenti fondamentali tangibili”.

L’analista fornisce un quadro dettagliato della situazione logistica nel Golfo. L’interruzione dell’offerta, al momento, riguarda “soprattutto il rallentamento degli scambi commerciali, poiché le navi evitano lo Stretto di Hormuz per ragioni precauzionali, non a causa di un blocco militare”. Tuttavia, l’ingorgo si sta trasformando in un problema più serio. “Prevediamo che le forniture petrolifere mediorientali possano subire fino al 75% di interruzioni temporanee della produzione questa settimana”, rivela Rücker, aggiungendo che paesi come “Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq dispongono di oleodotti che consentono di aggirare l’ingorgo”.

Nonostante il clima di paura, lo scenario di base per Julius Baer rimane quello di un picco intenso ma di breve durata. “Non si registrano danni rilevanti alle infrastrutture e la minaccia militare iraniana sembra attenuarsi. Data la nebbia della guerra, ribadiamo la nostra visione neutral su petrolio e gas naturale”, conclude Rücker.

Borse sotto pressione, la strategia difensiva degli investitori

L’effetto sui mercati azionari non si è fatto attendere. I futures hanno aperto in calo, con gli investitori che scontano il rischio di stagflazione. Mathieu Racheter, Head of Equity Strategy Research di Julius Baer, spiega la posizione della casa d’affari: “Manteniamo un orientamento leggermente più difensivo e continuiamo a considerare i titoli oil & gas come una copertura parziale utile”.

La soglia psicologica dei 100 dollari al barile è considerata cruciale. “Storicamente i mercati azionari faticano quando il petrolio rimane sopra i 100 dollari per un periodo prolungato, poiché i costi energetici più elevati irrigidiscono le condizioni finanziarie e comprimono i margini”, avverte Racheter. Se lo shock dovesse persistere, “i portafogli dovrebbero prepararsi a una fase più ampia di risk-off”. Per il momento, tuttavia, lo scenario base di Julius Baer prevede che “il petrolio torni gradualmente sotto i 100 dollari”.

Asia: Singapore porto sicuro, Filippine e Thailandia le più vulnerabili

L’impatto della crisi non è omogeneo e colpisce le economie asiatiche in modo differenziato. Jen-Ai Chua, Equity Research Analyst Asia di Julius Baer, evidenzia come le tensioni abbiano fatto scendere al 47% le probabilità di un cessate il fuoco entro aprile, alimentando i timori di prezzi elevati a lungo termine.

“L’impatto di prezzi energetici più alti sui mercati del Sud-Est asiatico sarà probabilmente disomogeneo”, spiega Chua. “Filippine, Thailandia e Singapore sono più esposte agli effetti del trasferimento dell’inflazione sui costi, mentre economie con una maggiore esposizione alle materie prime, come Malesia e Indonesia, dovrebbero beneficiare di alcuni fattori di compensazione”.

Rispetto alla crisi del 2022, le banche centrali della regione partono da una posizione di forza. “Questa volta le banche centrali del Sud-Est asiatico dispongono di maggiore spazio fiscale per intervenire”, rassicura l’analista. In questo contesto, “Singapore resta il nostro mercato preferito nella regione grazie al suo status di bene rifugio”. L’ipotesi è che l’Autorità Monetaria di Singapore possa persino anticipare un inasprimento della politica monetaria già ad aprile per contrastare i rischi inflazionistici legati al caro-energia.