Nonostante un crollo del 15% dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, gli analisti di Goldman Sachs mantengono un outlook costruttivo sull’oro, prevedendo un ritorno ai massimi entro la fine del 2026. Ecco di seguito, secondo la banca d’affari, le ragioni del recente sell-off e gli scenari futuri, tra rischi tattici e un potenziale di rialzo significativo.
Perché l’oro non ha protetto dal conflitto?
Secondo gli esperti, il calo è stato innescato da una combinazione di fattori legati alla natura stessa dello shock geopolitico. “Il rapido aumento della domanda di opzioni call a livelli record osservato all’inizio dell’anno ha spinto i prezzi dell’oro oltre le nostre previsioni e ha implicato che anche lievi correzioni dei mercati azionari potessero generare cali superiori alla media”, spiegano gli analisti.
A peggiorare la situazione è stato il contesto inflazionistico. “La natura dello shock – un’interruzione dell’offerta energetica con rischi al rialzo per l’inflazione – ha portato i mercati a ridefinire il percorso della Fed verso nessun taglio dei tassi quest’anno“, si legge nel documento. In uno scenario ipotetico con tassi Fed invariati, gli analisti stimano che il valore equo dell’oro si attesterebbe intorno ai 4.550 dollari l’oncia.
Gli analisti di Goldman tengono a precisare che il ruolo dell’oro come bene rifugio non è venuto meno, ma va contestualizzato. “Alcuni investitori considerano l’oro come una copertura contro la stagflazione”, scrivono, “ma noi sosteniamo da tempo che l’oro da solo non è una copertura sufficiente”. Gli analisti distinguono due scenari: il primo è quello di una crisi di credibilità istituzionale (come negli anni ’70), in cui l’oro sale; il secondo, quello di uno shock dell’offerta (come nel 2022 e quello attuale), in cui l’oro tende inizialmente a sottoperformare a causa delle aspettative di politiche monetarie più restrittive.
Il ruolo delle banche centrali e i rischi di un ulteriore calo
Nel tentativo di identificare i responsabili del sell-off, gli analisti di Goldman Sachs hanno esaminato le vendite delle banche centrali. Pur confermando che la banca centrale turca ha venduto circa 52 tonnellate, ridimensionano l’impatto di questa operazione. “Il nostro quadro di valutazione suggerisce che queste vendite di oro da parte delle banche centrali non sono state un fattore dominante della svendita”, affermano gli esperti, sottolineando inoltre come i paesi del Golfo, con una quota di oro nelle riserve molto inferiore a quella della Turchia, abbiano una minore probabilità di dover liquidare il metallo prezioso.
Tuttavia, il rischio di un’ulteriore discesa non è completamente scongiurato. Gli analisti individuano uno scenario ribassista in cui l’oro potrebbe scendere fino a 3.800 dollari l’oncia. “Se un’interruzione nello Stretto di Hormuz dovesse persistere più a lungo del previsto e innescare una correzione più marcata dei mercati azionari, l’oro potrebbe affrontare una rinnovata pressione alla vendita”, avvertono Thomas e Struyven. In questo contesto, gli investitori rimasti delusi dalla performance del metallo potrebbero disfarsi completamente delle loro posizioni.
Le tre ragioni per un ritorno a 5.400 dollari
Nonostante le incertezze a breve termine, il cuore del report di Goldman Sachs rimane decisamente costruttivo sul medio termine. Gli analisti confermano la loro previsione di un prezzo dell’oro a 5.400 dollari l’oncia entro la fine del 2026, sostenuta da tre fattori principali.
In primo luogo, la situazione attuale appare di iper-venduto. “Riteniamo che l’oro ora appaia iper-venduto, con posizionamento speculativo ai minimi e con i mercati che prezzano uno shock di politica monetaria significativamente più restrittivo di quanto suggerirebbe l’esperienza storica”. Una normalizzazione di questo posizionamento varrebbe, da sola, circa 195 dollari l’oncia.
In secondo luogo, le aspettative sui tassi di interesse offrono un supporto. Gli economisti di Goldman Sachs continuano a prevedere due tagli dei tassi da parte della Fed nel 2026, una mossa che, secondo le stime, aggiungerebbe circa 120 dollari al prezzo dell’oro.
Infine, la domanda delle banche centrali rappresenta il pilastro fondamentale della tesi rialzista. “Ci aspettiamo che la volatilità dei prezzi si modera, consentendo agli acquisti delle banche centrali di riaccelerare”, scrivono gli analisti. In questo scenario, la domanda da parte delle istituzioni aggiungerebbe circa 535 dollari l’oncia.
Uno scenario di rialzo fino a 6.100 dollari
Se il quadro di base è già positivo, gli upside risk appaiono ancora più significativi. Secondo GoldmanSachs, il contesto geopolitico attuale potrebbe innescare una vera e propria accelerazione della diversificazione dai tradizionali asset occidentali verso l’oro.
“Se l’episodio iraniano – insieme a sviluppi geopolitici più ampi (es. Groenlandia, Venezuela) – dovesse accelerare la diversificazione del settore privato lontano dagli asset occidentali tradizionali, e se il conflitto in Medio Oriente dovesse pesare sulla percezione della sostenibilità fiscale occidentale, il rialzo dell’oro potrebbe essere sostanziale”, spiegano gli analisti.
In questo scenario, una ricostituzione delle coperture macro ai livelli precedenti la svendita spingerebbe l’oro a 5.700 dollari l’oncia, mentre una continuazione del trend di accumulo precedente lo porterebbe verso quota 6.100 dollari. Un ulteriore elemento a supporto di questa tesi è la scarsa esposizione all’oro dei portafogli occidentali: “Le nostre stime suggeriscono che ogni aumento di 1 punto base nell’allocazione dei portafogli privati statunitensi all’oro fa aumentare i prezzi di circa l’1,5%”, concludono gli analisti di Goldman Sachs, sottolineando la non-linearità dei rischi al rialzo.
