Oro in bilico tra geopolitica e dollaro, la view di Lfg+Zest

L’oro scivola ai minimi delle ultime tre settimane, in un mercato sospeso tra lo stallo dei colloqui di pace tra Usa e Iran e l’attesa per le prossime mosse delle banche centrali. Mentre gli investitori tengono d’occhio Fed, Bce e BoE, un esperto invita a non sopravvalutare il ruolo del metallo giallo come classico bene rifugio.

La copertura geopolitica che non c’è

Contrariamente a quanto spesso si crede, l’oro non offrirebbe una protezione efficace contro i rischi legati ai conflitti internazionali. Lo sottolinea Alberto Conca, responsabile investimenti di Lfg+Zest: “L’oro non funge da copertura contro i rischi geopolitici, agendo come bene rifugio, poiché i dati storici suggeriscono che i prezzi dell’oro non mostrano una correlazione stabile con gli shock geopolitici, ma sono invece influenzati in misura maggiore dall’andamento del dollaro statunitense e dai tassi di interesse reali”.

Il doppio fronte: petrolio e banche centrali

Il prezzo del metallo giallo sta scontando anche le incertezze energetiche. Finché lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso o sotto controllo iraniano, i prezzi dell’energia faranno fatica a scendere. Una eventuale normalizzazione della situazione potrebbe ridurre le quotazioni, ma solo con cautela: i danni alle raffinerie regionali rischiano di mantenere l’offerta globale di petrolio parzialmente limitata anche dopo la riapertura delle rotte marittime. A complicare il quadro, questa settimana le decisioni di Federal Reserve, Banca Centrale Europea e Banca d’Inghilterra chiariranno se il conflitto in Medio Oriente ha modificato le prospettive sui tassi, nonostante l’inflazione da petrolio.

Perché gli esperti restano rialzisti

Nonostante il recente tracollo – con l’oro passato da un picco di quasi 5.500 dollari l’oncia a un minimo di 4.100 dollari in poche settimane, per poi risalire a 4.600 dollari – il team di Lfg+Zest mantiene un orientamento positivo. A spiegare il crollo precedenti sono stati l’aumento dei tassi reali e un dollaro più forte. Ora il recupero è pari a circa la metà della perdita. Alberto Conca precisa: “La nostra visione sull’oro rimane invariata ed è legata alle nostre aspettative sul dollaro e sui tassi reali. Data la nostra previsione di un dollaro più debole nel medio termine, sotto pressione a causa dell’aumento dei deficit fiscali, del debito pubblico crescente e dell’inflazione persistente, restiamo ottimisti sull’oro”.

Uno sguardo alle valute: addio al dollaro?

Il biglietto verde si attesta vicino ai minimi pre-conflitto e, secondo le stime, risulta ancora sopravvalutato di circa il 20%. Le alternative, suggerisce Conca, vanno cercate in regioni con bilanci più solidi, come l’Europa e la Svizzera, oppure in economie ad alta crescita, come alcuni mercati emergenti. Inoltre, chi crede nell’avvio di un nuovo super-ciclo delle materie prime dovrebbe guardare alle valute dei Paesi esportatori netti. “Il dollaro australiano, per citare solo un esempio, si adatta bene a questo profilo”, conclude l’esperto.