Oro, dollaro, Bitcoin e Cina: correlazioni sotto i riflettori di 21Shares

Negli ultimi anni, il mercato dei metalli preziosi ha attraversato una fase di crescita prolungata, attirando l’attenzione di analisti e investitori. Un fenomeno che sembrava legato a doppio filo con la salute del dollaro statunitense e che oggi, alla luce dei nuovi conflitti globali, mostra crepe e contraddizioni inaspettate.

Il ruolo del dollaro e il trading sul debito

Prima dello scoppio della guerra in Iran, l’oro e gli altri metalli preziosi hanno beneficiato di un rally che molti hanno interpretato come un tentativo di emanciparsi da un dollaro sempre più debole. Secondo Stephen Coltman, Head of Macroeconomics di 21Shares, “non è un caso, infatti, che si senta spesso parlare di ‘debasement trading’ in relazione agli Stati Uniti e di come una loro traiettoria fiscale insostenibile alimenti la domanda di asset alternativi”. Tuttavia, Coltman mette in guardia dal semplificare eccessivamente: sebbene la strada fiscale americana possa portare a una futura crisi del debito, i segnali classici di un collasso valutario (inflazione fuori controllo, fuga di capitali, interventi straordinari) non si osservano oggi negli Stati Uniti. Il dollaro, pur indebolitosi, si mantiene nei range degli ultimi cinque anni ed è più forte rispetto a dieci anni fa.

Il vero motore: il surplus commerciale della Cina

Se non è solo l’America a trainare l’oro, cosa sta allora alimentando l’impennata del metallo prezioso? La risposta, suggerisce Coltman, va cercata a Pechino. L’enorme surplus commerciale cinese genera pressioni al rialzo sullo yuan, poiché gli esportatori convertono i dollari in valuta locale, andando contro gli obiettivi di competitività del governo cinese. Per contrastare questo fenomeno, “il sistema bancario cinese stampa di fatto yuan per acquistare dollari, impedendo così un rafforzamento della valuta”. Il boom di liquidità che ne consegue, spiega l’analista, è ciò che alimenta la domanda di oro e di altri asset senza rischio di controparte.

A riprova di questa tesi, Coltman cita i dati: mentre il valore delle azioni del più grande ETF sull’oro statunitense (GLD) è tornato sui livelli del 2020, quello del fondo equivalente quotato in Cina è quintuplicato nello stesso periodo. Inoltre, “tutti i guadagni dal 2019 si sono verificati durante la sessione di trading asiatica”.

Il paradosso delle criptovalute

Se la liquidità cinese cerca rifugio in asset senza controparte, sorge spontanea una domanda: perché le criptovalute, che condividono questa caratteristica e sono meno dipendenti dalle banche centrali, non hanno vissuto lo stesso rally? Per Stephen Coltman la spiegazione è netta: “Il trading di criptovalute è vietato in Cina e i cittadini sorpresi a fare trading di questa classe di attività rischiano il congelamento dei conti bancari e l’inserimento nella lista nera del credito sociale”. Un divieto che ha deviato i flussi di liquidità esclusivamente verso l’oro.

L’effetto Iran e la fuga dagli asset tradizionali

L’inizio del conflitto in Iran ha però cambiato le carte in tavola, provocando un indebolimento del prezzo dell’oro. Secondo Coltman, gli interventi valutari hanno iniziato a invertire la direzione, e le economie dipendenti dalle importazioni di energia hanno subito una fuga di capitali e una contrazione della liquidità, vendendo le proprie riserve auree. E qui si apre un secondo paradosso: se in Cina il Bitcoin è fuori legge, nel resto del mondo molti investitori si stanno spostando verso gli asset digitali. “Non c’è quindi da stupirsi”, afferma Coltman, “se i tassi di adozione delle criptovalute più elevati tra i cittadini si registrano nei paesi che soffrono di svalutazione persistente e sistemi bancari instabili”. Esempi come Argentina, Venezuela, Turchia, Etiopia, Russia, Ucraina, Nigeria e Pakistan mostrano usi che vanno dalla copertura contro l’inflazione ai pagamenti transfrontalieri.

Un futuro a due velocità

In un mondo in cui la volatilità valutaria e le tensioni fiscali sono destinate ad aumentare, l’analista di 21shares traccia una linea chiara. “Sia l’oro sia le criptovalute sono strumenti essenziali per mantenere l’indipendenza finanziaria”, ma i fattori che li influenzano nel breve termine sono diversi. Per questo, conclude Stephen Coltman, “chi vuole costruire portafogli diversificati, progettati per essere resilienti in diversi scenari di mercato, deve valutare un’allocazione sia in oro sia in criptovalute. Un solo hedge non sarà più sufficiente nel mondo che ci aspetta, in cui servirà una difesa più solida contro il futuro contesto fiscale”.