Oro, Cfo Sim: “Vendite limitate al breve termine”. Ecco perchè

Tra crescenti tensioni geopolitiche e timori inflazionistici, il contesto sembrava favorevole a un rafforzamento dell’oro. Tuttavia, il metallo prezioso ha mostrato un andamento opposto alle attese, registrando un calo significativo dall’inizio del conflitto in Medio Oriente.

“Ci saremmo aspettati che questo fosse il momento di massimo splendore per l’oro, ma la sua lucentezza è invece sbiadita, con un ribasso di circa il 16%”. È quanto osserva Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, sottolineando come nelle ultime settimane il metallo giallo si sia mosso in linea con gli asset rischiosi, mettendo in discussione il suo tradizionale ruolo difensivo. Secondo Tognoli, “questo movimento contro intuitivo non segnala un cambiamento nei fondamentali, ma riflette piuttosto fattori come il posizionamento di mercato, le aspettative sui tassi e la dinamica del dollaro”.

Dopo il rally, una pausa fisiologica

La fase di debolezza arriva dopo una corsa particolarmente intensa iniziata nel 2022, sostenuta dagli acquisti delle banche centrali e dall’interesse dei risparmiatori. “Non possiamo ignorare che il ripiegamento segue un rally straordinario, con prezzi arrivati a superare i 5.400 dollari l’oncia a gennaio”. Un movimento che, secondo l’analista, rende naturale una fase di consolidamento. “Storicamente, dopo forti rialzi in tempi brevi, le materie prime attraversano una fase di digestione dei guadagni”, spiega Tognoli.

Prese di profitto e tensioni di liquidità

A incidere è stato anche il posizionamento degli investitori, divenuto particolarmente “tirato” dopo il rally. “Con il ritorno dell’avversione al rischio legata al conflitto, molti operatori hanno preso profitto, vendendo oro per generare liquidità”. Una dinamica che, aggiunge, “è stata amplificata da livelli di liquidità istituzionale già ai minimi storici a inizio anno”.

Il peso dei tassi e dei rendimenti

Un altro fattore determinante è stato il rialzo dei rendimenti, legato alle nuove pressioni inflazionistiche derivanti dal rincaro dell’energia. “Le aspettative di taglio dei tassi sono state rinviate e i mercati stanno iniziando a considerare anche un possibile rialzo della Fed”. Uno scenario che, sottolinea Tognoli, “fino a prima della guerra era impensabile, ma oggi va messo in conto”. L’aumento dei rendimenti reali ha quindi ridotto l’attrattiva dell’oro. “Quando salgono i rendimenti, cresce il costo opportunità di detenere un asset che non genera reddito”.

Il dollaro come fattore chiave

A pesare ulteriormente è stato il rafforzamento del dollaro, tornato ad essere percepito come bene rifugio. “Dall’inizio del conflitto, il dollaro si è rafforzato e questo ha rappresentato un vento contrario per l’oro, che storicamente si muove in direzione opposta alla valuta statunitense”.

Le prospettive restano positive

Nonostante la correzione, il quadro di fondo resta favorevole. “A nostro parere, è improbabile che la recente debolezza segni la fine delle forze strutturali che hanno sostenuto l’oro negli ultimi anni”. Tra queste, Tognoli cita i disavanzi fiscali elevati, la possibile moderazione del dollaro e il ruolo delle banche centrali. “Le banche centrali hanno pochi incentivi a smettere di diversificare le proprie riserve”.

Un ruolo centrale nei portafogli

Guardando avanti, il metallo prezioso continua a rappresentare un elemento strategico. “Una volta che l’incertezza geopolitica inizierà a ridursi, i driver fondamentali torneranno a sostenere la domanda di oro”. Per questo motivo, conclude Tognoli, “riteniamo che l’oro continuerà a svolgere un ruolo di diversificatore all’interno di portafogli ben bilanciati”.