In un’epoca di incertezze geopolitiche, inflazione persistente e trasformazioni tecnologiche rapidissime, gli investitori rischiano di perdersi nel rumore di fondo del breve termine. Per ritrovare la bussola, UBS GWM ha presentato oggi l’edizione 2026 del Global Investment Returns Yearbook, un’analisi monumentale che attinge a 126 anni di dati di mercato, a partire dal 1900. Realizzato in collaborazione con i professori Paul Marsh e Mike Staunton della London Business School ed Elroy Dimson dell’Università di Cambridge, lo studio offre una prospettiva storica unica per comprendere le dinamiche di lungo periodo e affrontare le sfide odierne con maggiore consapevolezza.
La (r)evolution dei mercati: dagli equilibri del 1900 al dominio Usa
Il panorama finanziario globale appare oggi irriconoscibile rispetto a quello di inizio Novecento. Allora il mercato azionario mondiale era relativamente equilibrato; oggi, invece, è dominato da una sola potenza. Lo Yearbook 2026 evidenzia come gli Stati Uniti rappresentino attualmente il 62% della capitalizzazione azionaria globale, un primato che riflette sia la solidità dei rendimenti a lungo termine sia una sostenuta emissione di nuovi titoli. Questo dato emerge nonostante la quota degli Stati Uniti sul PIL globale si sia ridotta rispetto ai massimi di metà secolo scorso, dimostrando la forza del suo mercato dei capitali.
Tecnologia e bolle: una lezione dalle ferrovie al dot-com
L’innovazione tecnologica è sempre stata un motore di crescita, ma anche fonte di turbolenze. Lo studio sfata alcuni luoghi comuni, dimostrando che le nuove tecnologie non generano sempre bolle speculative e, anche quando queste si verificano, non condannano necessariamente a rendimenti deboli nel lunghissimo periodo. Un esempio lampante sono le ferrovie: settore dominante nel 1900 e oggi ridotto all’1% del mercato USA, hanno comunque offerto performance superiori alla media nel corso dei decenni. Allo stesso modo, i titoli tecnologici, nonostante il traumatico crollo della bolla “dot-com” dei primi anni 2000, hanno nel complesso registrato rendimenti migliori rispetto al resto del mercato americano.
Azioni vs. obbligazioni: il verdetto della storia è chiaro
Qual è stato l’asset migliore in cui investire nell’ultimo secolo e un quarto? La risposta del Yearbook è inequivocabile: le azioni. Dal 1900, i titoli azionari hanno sovraperformato obbligazioni a lungo termine, titoli di Stato a breve termine e inflazione in tutti i Paesi con una storia di investimenti continuativa. Il potere del compounding è impressionante: un investimento di 1 dollaro in azioni nel 1900 avrebbe raggiunto un valore nominale di 124.854 dollari alla fine del 2025, una cifra che impallidisce di fronte agli appena 284 dollari delle obbligazioni e ai 69 dollari dei Treasury bill. In una prospettiva di lungo periodo, i mercati sviluppati hanno mostrato una maggiore resilienza, con un rendimento annuo dell’8,5% contro il 6,9% dei mercati emergenti. Tuttavia, dal 1960 a oggi, il passo si è invertito, con i mercati emergenti in testa al 10,9% annuo contro il 9,6% di quelli sviluppati.
Il nemico silenzioso: l’inflazione e il ruolo complesso dell’oro
Un capitolo cruciale del report è dedicato all’impatto dell’inflazione. Anche negli Stati Uniti, dove la perdita di potere d’acquisto è stata storicamente inferiore alla media globale (2,9% annuo), l’effetto erosivo è devastante: 1 dollaro del 1900 equivale oggi a soli 38 centesimi in termini reali. Ecco perché lo studio raccomanda di concentrarsi sempre sui rendimenti reali, ovvero corretti per l’inflazione.
In questo contesto, l’oro viene spesso visto come una copertura, ma la sua efficacia è complessa. Lo Yearbook rileva che il metallo prezioso ha registrato rendimenti negativi in 13 dei 28 anni in cui l’inflazione ha superato il 3%. Tuttavia, su scala secolare, la sua funzione di riserva di valore è stata mantenuta: dal 1900 il prezzo reale dell’oro è aumentato di 5,2 volte, con un rendimento annualizzato dell’1,3%. Inoltre, in certi periodi, si è dimostrato un efficace rifugio contro i rischi dei mercati azionari.
Oltre il rumore: la lezione della diversificazione
In un’epoca di crisi geopolitiche, lo studio offre una prospettiva sorprendente: storicamente, i rischi economici hanno superato quelli geopolitici. Sebbene eventi estremi abbiano coinciso con crolli di mercato, la maggior parte dei forti ribassi in tempo di pace è stata innescata da fattori economici. La raccomandazione per gli investitori è quindi di guardare oltre il “rumore” geopolitico di breve periodo e concentrarsi sui fondamentali.
Questa visione di lungo periodo è rafforzata dalle analisi su diversificazione e copertura valutaria. Gestire il rischio di cambio, che aggiunge circa sei punti percentuali di volatilità sia ai portafogli azionari che obbligazionari, è fondamentale. Se la diversificazione globale sta diventando più complessa a causa dell’aumento delle correlazioni tra mercati, le evidenze storiche mostrano che continua a funzionare, riducendo rischi e perdite potenziali.
La voce degli esperti: “I principi fondamentali restano invariati”
A commentare i risultati dello studio sono stati i vertici di UBS, che hanno ribadito l’importanza di un approccio disciplinato.
Mark Haefele, Chief Investment Officer di UBS Global Wealth Management, ha sottolineato la continuità dei principi di investimento: “Il Global Investment Returns Yearbook ci ricorda che, sebbene i mercati e le tecnologie evolvano, i principi fondamentali di un investimento di successo rimangono invariati. La storia continua a dimostrare l’importanza della diversificazione, di un’asset allocation disciplinata e di una prospettiva di lungo periodo”.
Dan Dowd, Head of Global Research di UBS Investment Bank, ha invece evidenziato il valore metodologico dell’analisi: “L’edizione 2026 del Global Investment Returns Yearbook rafforza il valore dell’analisi storica per comprendere le dinamiche di mercato attuali. Con 126 anni di dati, offre un quadro potente per capire come l’asset allocation, la diversificazione e i principi duraturi del rapporto rischio-rendimento plasmino i risultati di investimento di lungo periodo”.
Infine, il professor Paul Marsh della London Business School ha concluso con un invito alla pazienza strategica: “In periodi di incertezza economica e geopolitica, è facile perdere di vista l’orizzonte di investimento di lungo periodo. Il Yearbook, con il suo database che copre 126 anni, rappresenta una ricca fonte di informazioni ed esperienza per aiutare i lettori a filtrare il rumore di breve periodo e a trarre insegnamenti dal passato per investire meglio nel futuro”.
