L’oro e l’argento (denominati in dollari) hanno toccato nuovi massimi storici a gennaio, per poi subire un ritracciamento e chiudere il primo semestre in territorio negativo. Tuttavia, secondo Ned Naylor-Leyland, investment manager del fondo Jupiter Gold & Silver di Jupiter AM, “i fondamentali di medio-lungo termine dei metalli monetari rimangono solidi” e meritano un approccio paziente. A catturare l’attenzione del gestore, in particolare, non sono tanto i lingotti fisici quanto l’intero comparto delle società minerarie, che a suo avviso offrono oggi un’opportunità rara.
Valutazioni da saldo e redditività boom
Il primo elemento che Naylor-Leyland sottolinea è il livello dei prezzi a cui vengono scambiati i titoli minerari. “Le società argentifere trattano a un multiplo pari a 1,26 volte il proprio valore patrimoniale netto, mentre quelle aurifere a circa 0,7 volte”, spiega il manager. Si tratta di quotazioni inferiori persino a quelle del 2018, un periodo che molti ricordano come già depresso per il settore. Eppure, la redditività è cresciuta in modo esponenziale: “A fine maggio il margine di free cash flow delle società aurifere era pari al 52%, rispetto a circa il 15% del 2018. Per le argentifere, il margine era intorno al 35%, contro il 14% di sette anni fa”.
Questo aumento dei margini, prosegue Naylor-Leyland, è il riflesso della straordinaria performance dei prezzi: “Nel 2025 il prezzo dell’oro e dell’argento in dollari è cresciuto rispettivamente del 65% e del 148%, cioè la migliore performance annuale per entrambi in termini percentuali dal 1979”. Nonostante ciò, le azioni minerarie restano indietro, creando un divario che il gestore definisce “difficile da giustificare con i soli dati di bilancio”.
La tesi del “troppo tardi” si scontra con i numeri
Una obiezione ricorrente tra gli investitori è che oro e argento abbiano già corso troppo per rappresentare ancora un’opportunità. Ma Naylor-Leyland rovescia la prospettiva: “Le valutazioni modeste delle società minerarie mettono in discussione questa tesi”. Secondo il manager, il recente rialzo è stato trainato soprattutto da investitori speculativi, hedge fund in primis, che però da marzo hanno ridotto la loro esposizione ai preziosi. Dall’altra parte, gli investitori cosiddetti “long-only” – fondi pensione, fondi comuni e wealth manager – “continuano a essere sottopesati sui metalli monetari, seguendo il momentum di mercato e concentrandosi sulle società tecnologiche”.
E qui Naylor-Leyland individua il nodo psicologico principale: “Le performance eccezionali del settore tech rendono difficile per gli investitori long-only ‘abbandonare il gruppo’, pur avendo consapevolezza che le valutazioni delle principali società tecnologiche potrebbero risultare eccessive”. In un contesto di incertezza geopolitica – con il conflitto in Medio Oriente e tensioni sulle forniture energetiche – i preziosi restano un bene rifugio, ma il denaro istituzionale sembra preferire il richiamo dei big data ai depositi sotterranei.
L’intelligenza artificiale ha sete di argento
Uno dei passaggi più originali dell’analisi di Jupiter AM riguarda il legame tra metalli monetari e nuove tecnologie. “Uno dei fattori che considero sempre più rilevanti per l’argento e per altri metalli è la crescita della domanda legata all’intelligenza artificiale”, afferma Naylor-Leyland. I giganti del cloud – Amazon, Meta, Microsoft e Alphabet – hanno annunciato piani per aumentare gli investimenti in infrastrutture AI da 410 miliardi di dollari dello scorso anno a 725 miliardi nel 2026, una cifra superiore al Pil di Singapore o della Norvegia.
I data center, spiega il manager, richiedono enormi quantitativi di energia, acqua e metalli. “In particolare rame e alluminio, ma anche argento, grazie alle sue eccellenti proprietà di conduzione elettrica e termica”. Secondo i dati del Silver Institute, dal 2021 la domanda di argento supera ogni anno l’offerta disponibile, e l’istituto prevede che la richiesta proveniente dai data center compenserà in parte la debolezza del settore fotovoltaico. Intanto, Cina e Stati Uniti hanno messo l’argento sotto osservazione – Pechino con restrizioni all’export, Washington includendolo a novembre nell’elenco dei minerali critici – segno che il metallo è percepito come strategico anche in chiave tecnologica.
Un settore complesso, ma da non trascurare nei portafogli
Naylor-Leyland non nasconde le difficoltà operative del comparto minerario: “Le società minerarie possono essere attività rischiose e operativamente complesse, e questo rappresenta un contesto impegnativo per gli investitori”. I conflitti geopolitici aumentano la volatilità, e l’evoluzione di tassi e inflazione resta incerta, ma proprio per questo “oro e argento sono tradizionalmente considerati beni rifugio durante le fasi di volatilità, instabilità geopolitica e incertezza economica, grazie alle loro caratteristiche di diversificazione e liquidità”.
La conclusione del gestore di Jupiter AM è chiara: “Manteniamo una visione paziente e costruttiva sulle prospettive future e riteniamo che sia i metalli preziosi sia le azioni delle società aurifere e argentifere possano svolgere un ruolo importante all’interno di portafogli ben diversificati”. In attesa che il mercato riconosca il valore di un settore che, per ora, resta il grande assente della corsa rialzista dei prezzi sottostanti.
