Secondo l’analisi di Ipek Ozkardeskaya, analista senior di Swissquote, i dati economici più recenti dipingono un quadro contrastante. Da un lato, il PIL statunitense è cresciuto meno del previsto nel primo trimestre (+1,6% contro il 2,0% atteso). Dall’altro, le pressioni sui prezzi restano elevate. “Quando dico inferiori alle aspettative”, precisa la analista, “intendo dire che le pressioni sui prezzi rimangono notevolmente più elevate rispetto al periodo precedente la guerra con l’Iran; sono state semplicemente un po’ migliori rispetto alle previsioni”.
Ozkardeskaya sottolinea anche un dato allarmante sugli utili aziendali: “Nel complesso, tuttavia, gli utili delle aziende statunitensi sono diminuiti nel primo trimestre: dello 0,4% contro le aspettative di un aumento del 5,7%”. Un calo che appare “scollegato dall’incredibile performance dell’S&P 500” e che evidenzia il crescente divario tra le mega-cap tecnologiche e il resto del tessuto imprenditoriale americano.
Petrolio: segnali incoraggianti ma attenzione ai cigni neri
Nonostante le tensioni geopolitiche, i prezzi del petrolio hanno mostrato una flessione significativa. “La settimana è iniziata con un calo di oltre il 7% e ora ci troviamo a più del 10% al di sotto della chiusura di venerdì scorso. Questo è un segnale incoraggiante”, scrive Ozkardeskaya. Secondo l’analista, i mercati stanno iniziando ad abituarsi alla volatilità e a metabolizzare l’idea che la guerra possa durare ancora mesi.
Tuttavia, il rischio di impennate improvvise rimane alto: “Data la natura caotica dei negoziati, qualsiasi sviluppo inatteso potrebbe far risalire i prezzi del petrolio sopra i 100 dollari al barile. I cigni neri sembrano essere ovunque nello Stretto di Hormuz”.
Bolla tech? Tre indicatori che fanno riflettere
Il documento riporta un’impennata dei titoli legati all’intelligenza artificiale, con esempi come Snowflake e Dell. Ma Ozkardeskaya invita alla cautela, ricordando che “la crescita degli utili aziendali – proprio come il rally di mercato stesso – non è generalizzata”.
Tre indicatori, in particolare, destano preoccupazione. Primo: il debito netto a margine negli Stati Uniti ha superato l’1,25% della capitalizzazione di mercato, “il livello più alto mai registrato dal 1997. L’ultima volta che il debito netto a margine negli Stati Uniti ha raggiunto un livello così alto è stato poco prima dello scoppio della bolla delle dot-com”. Secondo: il rapporto CAPE del Nasdaq si sta avvicinando a 40, un livello toccato l’ultima volta durante la bolla delle dot-com. Terzo: l’indicatore Buffett – il rapporto tra valore totale del mercato azionario e PIL – “è schizzato oltre il 230%, il livello più alto mai registrato con un ampio margine. Per dare un’idea, aveva raggiunto un picco di circa il 130% durante la bolla delle dot-com”.
L’analista conclude: “Questi indicatori non rispondono alla domanda se si tratti di una bolla speculativa, né implicano necessariamente un crollo imminente. Suggeriscono però che gli investitori stanno pagando molto di più per ogni dollaro di produzione economica rispetto a qualsiasi altro momento della storia moderna dei mercati”.
Cosa fare? Meno efficaci le tradizionali coperture
Di fronte a questo scenario, Ozkardeskaya offre una strategia chiara: “Diversificazione e copertura contro un potenziale ritracciamento sono necessarie per evitare di trovarsi dalla parte sbagliata di un’improvvisa inversione di tendenza”.
La sfida, avverte, è che “la diversificazione tradizionale sta diventando meno efficace. L’aumento dei rendimenti globali sta esercitando pressione sui prezzi obbligazionari, indebolendo la classica copertura azioni-obbligazioni proprio mentre le valutazioni azionarie raggiungono livelli estremi”. Anche l’oro, altro bene rifugio per eccellenza, “sta testando al ribasso la sua media mobile a 200 giorni, poiché i rendimenti reali più elevati ne riducono l’attrattiva”.
Come soluzione, l’analista suggerisce di concentrarsi su “aziende di qualità con bilanci solidi e utili stabili”, di diversificare per regioni e settori e di “utilizzare in modo selettivo asset difensivi o strategie con opzioni”. La conclusione è amara ma realistica: “La difficoltà sta nel fatto che lo slancio del mercato rimane forte, ma altrettanto ampio è il divario tra prezzi e fondamentali”.
