A cura di Violeta Todorova, Senior Research Analyst di Leverage Shares
Sebbene la BCE rimanga impegnata a riportare l’inflazione al suo obiettivo del 2% nel medio termine, la decisione odierna mostra un significativo cambio di priorità. Iresponsabili delle politiche monetarie temono che l’aumento dei prezzi dell’energia possa riaccendere le pressioni inflazionistiche in tutta l’eurozona, anche in un contesto di indebolimento della crescita economica.
Le ultime proiezioni della BCE delineano un quadro difficile. Si prevede ora che l’inflazione complessiva si attesti in media al 3,0% nel 2026, per poi diminuire gradualmente fino al 2,0% entro il 2028. Allo stesso tempo, le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso, con un’espansione dell’economia dell’eurozona prevista di appena lo 0,8% quest’anno e dell’1,2% nel 2027. La combinazione di inflazione più elevata e crescita più debole suggerisce che i responsabili delle politiche monetarie stiano iniziando a preoccuparsi dei rischi di stagflazione che potrebbero emergere nella regione.
Ciononostante, l’aumento odierno non dovrebbe essere interpretato come l’inizio di un ciclo di inasprimento aggressivo. Piuttosto, l’aumento dei tassi sembra essere una mossa precauzionale volta a impedire che uno shock energetico temporaneo si integri nelle aspettative di inflazione più ampie. La BCE sta di fatto segnalando di non essere disposta a rischiare di ripetere gli errori di politica monetaria commessi durante l’impennata inflazionistica del 2021-2022, quando i critici sostenevano che avesse reagito troppo lentamente all’aumento dei prezzi.
La banca centrale ha riconosciuto che l’incertezza rimane eccezionalmente elevata. L’impatto economico finale dipenderà dalla durata del conflitto, dall’andamento dei prezzi dell’energia e dalla misura in cui l’aumento dei costi si ripercuoterà su salari, servizi e prezzi al consumo in generale.
Per i mercati, il punto chiave è che la BCE rimane fortemente dipendente dai dati. I responsabili delle politiche monetarie hanno deliberatamente evitato di fornire indicazioni prospettiche sui futuri movimenti dei tassi, sottolineando che le decisioni continueranno a essere prese riunione per riunione. Se da un lato l’aumento odierno rafforza la credibilità della BCE nella lotta all’inflazione, dall’altro evidenzia anche il difficile equilibrio che le banche centrali devono affrontare, poiché i rischi geopolitici minacciano di rallentare la crescita e, al contempo, di spingere i prezzi al rialzo.
Cosa aspettarsi
Gli economisti prevedono un ulteriore aumento dei tassi quest’anno, probabilmente a settembre, in linea con le aspettative del mercato. Il nostro scenario di base prevede due aumenti di 25 punti base ciascuno nel 2026, uno oggi e uno a settembre. A questi due aumenti seguirà probabilmente un periodo di stabilità dei tassi fino alla fine del 2027. Il percorso, tuttavia, rimane strettamente condizionato dai dati sull’inflazione in arrivo e dalla situazione in Iran. La BCE sta ora reagendo all’inflazione già presente nei dati, non al prezzo del petrolio in un dato giorno. Questo dà a Lagarde margine di manovra per una pausa qualora le condizioni dovessero migliorare.
Implicazioni per i mercati obbligazionari
Sul fronte dei titoli di Stato, l’aumento esercita una pressione al rialzo sui rendimenti in tutta l’eurozona. Il rendimento del Bund tedesco a 10 anni si aggira intorno al 3,0%, riflettendo un’emissione maggiore, preoccupazioni fiscali e prospettive di crescita incerte. Poiché l’aumento era già stato interamente scontato dal mercato, l’impatto immediato sui rendimenti è attenuato. L’attenzione si sposta ora sulle nuove proiezioni macroeconomiche della BCE e sul tono della conferenza stampa di Lagarde. Qualsiasi segnale di un ulteriore inasprimento della politica monetaria oltre settembre potrebbe spingere i rendimenti al rialzo.
Implicazioni per il mercato azionario
Il FTSE MIB si trova vicino ai suoi recenti massimi storici e sembra aver già assorbito gran parte dell’aumento dei tassi nelle sue quotazioni, ma rimane esposto a un fronte importante: il settore bancario.
Quando la BCE passa da una politica monetaria accomodante a una restrittiva, lo spread BTP-Bund tende ad ampliarsi, riflettendo le crescenti preoccupazioni degli investitori sulla sostenibilità del debito italiano in un contesto di tassi di interesse più elevati. Le principali banche italiane, come Intesa Sanpaolo, UniCredit e Mediobanca, detengono tutte ingenti portafogli di BTP e, quando i prezzi dei BTP scendono e i rendimenti aumentano, il valore di mercato di tali partecipazioni diminuisce, generando perdite non realizzate che incidono sui coefficienti patrimoniali e sulle valutazioni azionarie.
