A cura di La sveglia per gli svegli
Il mercato si è svegliato con un sussulto. Ieri il petrolio è esploso con un rally di quasi il 5% che ha portato il Brent a 87,72 dollari e il WTI a 82,13 dollari, il livello più alto dallo scorso 31 luglio, dopo che l’Iran ha ribadito che lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto finché gli Stati Uniti non soddisfano una lista di condizioni che comprende compensazioni per i danni di guerra, la rimozione delle sanzioni, la fine del blocco navale e la liberazione dei beni congelati, come riporta CNBC. La doccia fredda è arrivata dopo settimane di ottimismo in cui il mercato aveva prezzato una riapertura imminente, e ha costretto Wall Street a una pausa che ha interrotto una striscia di record storici: l’S&P 500 ha ceduto lo 0,06% a 7.753 punti, il Dow lo 0,11% a 53.976 e il Nasdaq lo 0,32% a 26.605, come segnala Reuters. Il calo, va detto, è stato più che altro un consolidamento tecnico, con il settore energy in controtendenza positiva e l’oro che ha toccato i massimi da inizio giugno a 4.409 dollari l’oncia, in un chiaro segnale che il mercato sta iniziando a chiedersi se la narrativa della tregua energetica reggerà davvero.
Il tema del giorno, però, è un altro, e riguarda Nvidia. Il titolo è sceso del 2,9% ieri dopo la notizia, riportata da Mitrade, che il gruppo di Jensen Huang starebbe lavorando con sei colossi di Wall Street, tra cui Apollo, Blackstone, GIP di BlackRock, Brookfield, Goldman Sachs e KKR, per creare una piattaforma indipendente di finanziamento dell’infrastruttura AI con l’obiettivo di mobilitare fino a 500 miliardi di dollari di capitale di terzi tramite debito. La notizia ha provocato due reazioni opposte: da un lato, la conferma che la corsa AI è tutt’altro che finita e che il fabbisogno di capitale è colossale, dall’altro, l’inquietudine per un’esposizione debitoria mai vista nel settore tech, con i CDS di Nvidia che hanno messo a segno il maggiore rialzo giornaliero delle ultime due settimane. In attesa della trimestrale del 26 agosto, con Bank of America che stima ricavi per 94-95 miliardi e un possibile “multi-quarter upgrade cycle”, il mercato si trova a dover scegliere se premiare la visione o punire la finanza creativa.
Sul fronte europeo, le Borse asiatiche hanno aperto la giornata in ordine sparso, con il Nikkei in rialzo di circa il 2% sostenuto dal balzo dei titoli tech, il Kospi che ha guadagnato lo 0,3-0,8% e i listini cinesi in lieve calo dopo i dati deludenti sull’inflazione di luglio, con l’IPC a +0,8% anno su anno, sotto le attese, come riporta China Daily. Lo yen si è indebolito verso quota 159 per dollaro, allontanandosi dai massimi toccati la scorsa settimana dopo l’intervento congiunto con gli Stati Uniti, segnale che Tokyo potrebbe presto tornare sotto pressione. In Europa, lo STOXX 600 ha chiuso la seduta precedente poco sotto i massimi storici a 660,45 punti, in attesa del CPI Usa di domani e dei dati sull’occupazione dell’eurozona, mentre il future sul Nasdaq sale dello 0,28% a conferma di un sentiment costruttivo sul tech nonostante i timori AI.
Intanto, SpaceX continua a regalare colpi di scena. Dopo lo short squeeze di venerdì, ieri il titolo ha aggiunto un altro 4,23% chiudendo a 138,74 dollari, tornando stabilmente sopra il prezzo IPO di 135 dollari per la prima volta dal day after della trimestrale del 4 agosto, come riporta Investing.com. Lo short interest resta al 34-36% del float con oltre 219 milioni di azioni vendute allo scoperto, una posizione che continua a fare da benzina su ogni rimbalzo, e il “days-to-cover” è ormai sotto l’unità, una configurazione tecnica che molti analisti leggono come una polveriera pronta a esplodere al rialzo in caso di ulteriori buone notizie. Attenzione però: il 12 agosto è in arrivo la seconda tranche di lock-up, con 319 milioni di azioni in più che diventano negoziabili, una scadenza che potrebbe offrire agli short la finestra di copertura che cercano.
In Italia, la giornata è scandita dal consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi che si riunisce oggi per ratificare l’aumento di capitale a servizio dell’Ops su Mediobanca, dopo che ieri è arrivato il via libera della BCE, come segnala Milano Finanza. La mossa arriva all’indomani della conferma che Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, ha consegnato alle banche depositarie l’intero 19,8% di Mediobanca in adesione all’Ops, portando virtualmente le adesioni complessive al 19,4% e avvicinando la soglia critica del 35% che, sommata al potenziale conferimento di Caltagirone, potrebbe toccare il 43% del capitale. Il FtseMib ha chiuso ieri a 53.663 punti in lieve calo dello 0,10% con un controvalore di scambi di 2,8 miliardi, e lo spread BTP-Bund si è stabilizzato a 78 punti base, in un contesto in cui la BCE, dopo la pausa estiva di fine luglio, è ormai data per un rialzo dei tassi al vertice del 10 settembre, con alcuni governatori che, secondo la Lagarde, avevano già chiesto di muovere nella riunione appena trascorsa, come riporta Adnkronos. La Bank of England, dal canto suo, terrà i tassi fermi al 3,75% almeno fino alla riunione del 17 settembre, con un voto 6-3 che ha visto tre membri chiedere un rialzo per le tensioni in Medio Oriente, in un contesto di inflazione che pure è scesa al 2,6% ma che dovrebbe risalire a fine anno per i prezzi energetici, come documenta Bank of England.
Tutta l’attenzione, però, è ora puntata sul CPI Usa di domani. Il consensus si aspetta un +0,2% mese su mese per l’indice headline, per un +3,4% anno su anno in lieve rallentamento dal 3,5% precedente, e un +0,2% mese su mese per il core, per un +2,5% anno su anno, in discesa dal 2,6%, come riporta Kiplinger. La nowcast della Federal Reserve Bank of Cleveland è addirittura più ottimista, con un core a 2,52% che se confermato segnerebbe il livello più basso da inizio anno. Un CPI in linea o inferiore alle attese confermerebbe la narrativa del mercato che i tassi Fed resteranno fermi a settembre e potrebbe aprire la porta al primo taglio dell’anno, in ottobre, mentre un CPI hot rischierebbe di riportare l’inflazione al centro della scena e di complicare i piani della Fed proprio alla vigilia del prossimo meeting. La domanda che vi lascio è quasi inevitabile: in una vigilia in cui il petrolio è tornato a mordere per lo stallo Hormuz, Nvidia trema sotto il peso di 500 miliardi di debito AI e Delfin ha appena consegnato le chiavi di Mediobanca a Mps, conviene credere che il CPI di domani sarà il solito numero benigno che il mercato si aspetta, oppure è il momento di prepararsi a uno shock che potrebbe rompere l’equilibrio fragile su cui poggia questo rally da record?
