Mercati: gli allarmi di Jamie Dimon (JP Morgan)

Jamie Dimon, presidente e ad di JP Morgan, ha di recente lanciare un allarme a 360° su economia, mercati, tecnologia e politica internazionale avvertendo che i tassi d’interesse potrebbero salire ben oltre i livelli attuali, che la guerra in Iran rischia di far tornare alta l’inflazione negli Stati Uniti e che l’intelligenza artificiale ridurrà il numero di banchieri tradizionali.

Tassi in salita: «possono crescere molto di più»

Dimon ha parlato a Bloomberg Television al China Summit di Shanghai segnalando che i rendimenti obbligazionari sono pronti a salire. «Possono essere molto più alti di quanto non lo siano oggi», ha dichiarato, spiegando che «potremmo essere passati da un eccesso di risparmio a una scarsità di risparmio». Le obbligazioni a lunga scadenza sono sotto pressione per il timore che il rincaro del petrolio spinga le banche centrali ad alzare i tassi, mentre le spese pubbliche di Giappone, Regno Unito e Stati Uniti aumentano e il boom dell’intelligenza artificiale continua a sostenere la crescita.

Il Ceo ha poi messo nel mirino l’enorme debito pubblico americano. «Il debito pubblico degli Stati Uniti è di 30 trilioni di dollari, il tasso medio è del 3,5%. Oggi non possono rifinanziarlo a un tasso inferiore», sottolineando che «i tassi possono facilmente salire ancora e gli spread creditizi possono aumentare».

E il mercato ha già iniziato a scommettere: i trader valutano una probabilità del 70% di un aumento di un quarto di punto da parte della Fed entro dicembre, mentre prima dello scoppio della guerra in Iran si attendevano invece due tagli dei tassi entro fine anno.

Inflazione e conflitto

Il quadro delineato da Dimon è aggravato dal conflitto in Iran e dalle tensioni geopolitiche globali. Nella lettera agli azionisti del 6 aprile, aveva già definito l’inflazione «la puzzola alla festa – e potrebbe succedere nel 2026 – con l’inflazione che sale lentamente, invece di scendere lentamente». Oggi, a distanza di poche settimane, il tono si è fatto più preoccupato. Il 28 aprile, a un convegno organizzato dal fondo sovrano norvegese, Dimon ha elencato le cause dell’inflazione persistente: «la guerra in Iran, la rimilitarizzazione del mondo, le necessità infrastrutturali globali e i nostri deficit».

«Il caso peggiore è la stagflazione, e non la toglierei dalla lista», ha dichiarato, sottolineando che i rischi maggiori per l’economia restano un attacco informatico e la geopolitica, con i conflitti in Iran e Ucraina in testa. «I cattivi possono usare il cyber e diventeranno più forti, più potenti nel trovare vulnerabilità».

Intelligenza artificiale: «più esperti, meno banchieri»

Sul fronte della tecnologia, il Ceo della banca con un fondo da 20 miliardi di dollari per l’innovazione ha annunciato che JPMorgan assumerà più specialisti di intelligenza artificiale e meno banchieri tradizionali. L’annuncio, fatto a Bloomberg Television sempre da Shanghai, segna un cambio di passo epocale per una delle più grandi banche del mondo, che conta oltre 300mila dipendenti. «Penso che ridurrà i nostri posti di lavoro in futuro», ha detto Dimon, «ci saranno tutti i diversi tipi di lavoro, e credo che assumeremo più persone per l’IA e meno banchieri in alcune categorie, e questo li renderà più produttivi». Il baco da seta, però, non sarà rappresentato da licenziamenti di massa: l’attrito annuale del 10% (circa 25.000-30.000 persone) permetterà di riqualificare, ricollocare o offrire prepensionamenti anziché procedere a tagli drastici.

Regolamentazione: «Basilea è fallata e antiamericana»

Nella lettera agli azionisti del 6 aprile, Dimon ha dedicato parole durissime alle proposte di regolamentazione bancaria. Il nuovo schema Basilea III, secondo il Ceo, penalizza ingiustamente le grandi banche. «Mentre possiamo accettare che un certo livello di sovrattassa sia appropriato, data la nostra posizione sul mercato, il livello proposto sembra solo punire il nostro successo, la nostra forza, la nostra coerenza e il nostro modello di business equilibrato», ha scritto. «Francamente, non è giusto ed è antiamericano».

Dimon ha anche criticato la «costruzione folle e ottusa» dei requisiti patrimoniali per il rischio operativo, che penalizzano le banche per i ricavi basati su commissioni e per gli accordi legali storici, definendo «assurdi» alcuni elementi della proposta.