Mercati Emergenti: un’etichetta nata negli anni ’80 che appare oggi superata. Secondo Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, è giunto il momento di ripensare profondamente il concetto di “mercati emergenti”. In un’analisi approfondita, l’esperto spiegadi seguito perché l’originaria promessa di diversificazione e rendimenti superiori si è scontrata con una realtà molto più frammentata.
Un’etichetta troppo generica
In origine, spiega Tognoli, il concetto prometteva esposizione a Paesi con popolazioni più giovani, classi medie in crescita e industrializzazione accelerata. “Queste caratteristiche comuni erano accompagnate dall’ipotesi di fondo che queste nazioni si stessero tutte muovendo verso una maggiore convergenza con i paesi sviluppati”. Oggi però la situazione è profondamente cambiata.
Diversità interna e geopolitica frammentata
Il primo problema è l’estrema eterogeneità interna alla categoria. “Il termine ‘mercati emergenti’ rappresenta a malapena un gruppo omogeneo”, sottolinea Tognoli. Cina, India, Vietnam, Brasile e Sudafrica hanno modelli economici, sistemi politici e profili demografici diversi. “Qual è il denominatore comune di investimento che collega la Colombia alla Repubblica Ceca, o il Sudafrica alla Grecia? Semplicemente non esiste”.
A ciò si aggiunge la frantumazione geopolitica. Mentre la globalizzazione degli anni ’90 sollevava tutte le barche, oggi i paesi sono costretti a schierarsi in campi strategici opposti. “Oggi gli investitori devono sempre più capire quali mercati emergenti sono allineati con gli Stati Uniti o con la Cina, e i rischi associati a questa scelta geopolitica”, avverte Tognoli. L’allineamento geopolitico conta ormai quanto le variabili macroeconomiche tradizionali.
Il dollaro e la mancata convergenza
Un altro fattore critico è il dollaro statunitense. “I rendimenti degli asset dei mercati emergenti dipendono fortemente dalle oscillazioni del dollaro. Il 2025 ne è stato un esempio”, ricorda Tognoli. Quasi un quinto del rendimento totale dell’indice MSCI EM dello scorso anno è stato determinato da un dollaro più debole, non da fondamentali solidi.
Ma il punto più dolente riguarda la mancata convergenza. L’assunto originale che i Paesi emergenti avrebbero raggiunto i livelli di reddito delle nazioni sviluppate non si è concretizzato. “La quota dei mercati emergenti sul PIL globale (escludendo la Cina) era solo del 24,7% nel 2025, appena superiore al 22,5% del 1981”, evidenzia Tognoli. Le ragioni? Molti Paesi non hanno costruito istituzioni solide, mentre gli Stati Uniti hanno dimostrato una resilienza inaspettata. “Non sorprende che le azioni statunitensi abbiano sovraperformato l’indice MSCI EM del 166% in questo secolo”.
L’impatto dell’intelligenza artificiale
Infine, l’intelligenza artificiale sta ridisegnando la composizione stessa dell’indice. “L’Intelligenza Artificiale sta ‘mangiando’ il mondo, compresi i mercati emergenti”, afferma Tognoli. Il risultato è una concentrazione senza precedenti: Taiwan e Corea rappresentano insieme il 46% dell’indice MSCI EM, superando Cina e India (33%). Un solo titolo, la taiwanese TSMC, pesa il 14%, più dell’intera India (11%).
“Il settore Technology ha oggi un peso maggiore nell’MSCI EM Index (40%) rispetto all’S&P 500 (37%)”, sottolinea Tognoli. I giganti dell’AI in Asia emergente dipendono strettamente dalla domanda statunitense.
Verso un ripensamento
“Ora che ci avviciniamo ai 50 anni dalla nascita dell’etichetta EM, è arrivato il momento di un ripensamento”, conclude Tognoli. “Nei fondamentali, nell’allineamento geopolitico e nelle esposizioni settoriali, ogni paese di questa classe di attività è diverso dagli altri”. Il rischio geopolitico e l’ascesa dell’AI non fanno che accentuare ulteriormente queste differenze.
Cfo Sim continua comunque a vedere opportunità selettive: i leader tecnologici di Taiwan, Corea del Sud e Cina, il nascente biotech cinese, i mercati latinoamericani esposti alle materie prime per le infrastrutture legate all’AI. “Un’eventuale de-escalation in Europa e Medio Oriente rappresenterebbe un catalizzatore enorme per la ricostruzione”, conclude Tognoli, a vantaggio dei titoli ciclici globali e degli operatori industriali nell’Europa emergente.
