Mercati emergenti: i fattori di supporto nel lungo periodo secondo Rbc Bluebay

I mercati emergenti stanno attraversando una trasformazione strutturale che potrebbe ridefinire gli equilibri economici globali nei prossimi decenni. Dopo anni trascorsi all’ombra delle economie avanzate, dipendenti dalla domanda occidentale e vulnerabili alla forza del dollaro, oggi molte economie di Asia, America Latina, Africa e Medio Oriente stanno acquisendo una crescente autonomia economica, finanziaria e tecnologica.

Secondo Phil Langham, Head of EM Equities, RBC BlueBay “questo cambiamento segna l’inizio di un nuovo ciclo di crescita autosufficiente per il mondo emergente”, sostenuto dall’espansione della domanda interna, dall’integrazione commerciale tra paesi emergenti e da fondamentali macroeconomici più solidi rispetto al passato.

Il baricentro dell’economia mondiale si sposta

La trasformazione in corso è alimentata da una combinazione di fattori geopolitici, demografici e tecnologici. Oggi oltre l’80% della popolazione mondiale vive nei paesi in via di sviluppo e questo peso demografico si sta traducendo progressivamente in influenza economica. I mercati emergenti rappresentano già più della metà del Pil globale e, secondo le stime, potrebbero generare circa il 65% della crescita economica mondiale entro il 2035.

Un ruolo centrale è giocato dalla demografia favorevole. Paesi come India, Indonesia, Messico, Sudafrica e Arabia Saudita continuano a beneficiare di una popolazione giovane e in età lavorativa in aumento, elemento che sostiene consumi, investimenti e urbanizzazione. In particolare, l’India viene indicata come uno dei mercati con il maggiore potenziale di crescita grazie ai bassi livelli di penetrazione in numerosi settori e a un processo di urbanizzazione ancora nelle fasi iniziali.

“L’India registra uno dei livelli di urbanizzazione più bassi tra i mercati emergenti, ma è prevista una crescita rapida dall’attuale 35% a oltre il 50% entro il 2050”, osserva Langham.

Tecnologia e finanza accelerano la crescita

La diffusione delle tecnologie digitali sta inoltre trasformando profondamente le economie emergenti. In molte regioni milioni di persone stanno entrando per la prima volta nel sistema finanziario grazie ai pagamenti digitali, al mobile banking e alle piattaforme fintech.

Secondo Langham, i mercati emergenti “stanno saltando completamente l’infrastruttura bancaria tradizionale”, favorendo lo sviluppo di una nuova economia dei consumi. Questo fenomeno è particolarmente evidente in Asia e Africa, dove la penetrazione degli smartphone ha accelerato l’inclusione finanziaria.

Anche sul fronte tecnologico il gap con i paesi sviluppati si sta riducendo rapidamente. Taiwan e Corea del Sud occupano ormai posizioni strategiche nella filiera globale dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale, mentre la Cina si è affermata come leader in diversi comparti ad alto contenuto innovativo, dai veicoli elettrici alla robotica, passando per i droni e i farmaci innovativi.

Commercio sempre più intra-emergente

Uno degli elementi più rilevanti riguarda la trasformazione dei flussi commerciali globali. I paesi emergenti commerciano sempre di più tra loro, riducendo la dipendenza dalle economie avanzate.

Il Brasile, ad esempio, esporta oggi più soia verso la Cina che verso gli Stati Uniti, mentre numerosi paesi africani stanno rafforzando i rapporti commerciali con India, Turchia e altre economie emergenti.

“Nel 1990 il commercio tra economie emergenti rappresentava circa un quarto del totale degli scambi dei paesi emergenti. Oggi si avvicina alla metà”, sottolinea Langham.

La Cina ha avuto un ruolo determinante in questa evoluzione. Pechino ha progressivamente ridotto la propria esposizione commerciale verso gli Stati Uniti, rafforzando invece i legami con l’Asean e con il cosiddetto Sud globale. Nel 2024, inoltre, la Cina è diventata il principale partner commerciale per circa il 70% dei paesi del mondo.

La spinta verso la de-dollarizzazione

Parallelamente sta avanzando un graduale processo di de-dollarizzazione. Le banche centrali dei mercati emergenti stanno aumentando la diversificazione delle riserve valutarie, incrementando il peso dell’oro e delle valute locali o regionali.

Allo stesso tempo, una quota crescente degli scambi commerciali tra economie emergenti viene regolata in valute diverse dal dollaro statunitense, soprattutto all’interno dei Brics.

Secondo Langham, “la de-dollarizzazione sta raggiungendo una massa critica”, con dinamiche che potrebbero favorire nel tempo un indebolimento strutturale del dollaro, scenario storicamente positivo per azioni e valute emergenti.

A dimostrazione di questo trend, la quota estera delle disponibilità in Treasury statunitensi è scesa dal 38% del 2010 al 13% del 2025, mentre il peso del dollaro nelle riserve globali è diminuito dal 70% di vent’anni fa all’attuale 58%.

Fondamentali più solidi e valutazioni interessanti

Rispetto al passato, molti mercati emergenti presentano oggi fondamentali macroeconomici più robusti grazie a politiche fiscali più prudenti, minori livelli di indebitamento e saldi esterni più equilibrati.

“La combinazione di saldi esterni più solidi, dinamiche fiscali prudenti, livelli di indebitamento più bassi e tassi reali elevati ha migliorato significativamente il contesto per le economie emergenti”, evidenzia Langham.

Nonostante ciò, secondo RBC BlueBay, i mercati emergenti continuano a essere sottorappresentati nei portafogli globali. Gli indici azionari internazionali attribuiscono ancora ai paesi emergenti un peso limitato, pari a circa il 10-12%, ben inferiore rispetto alla loro rilevanza economica e demografica.

Inoltre, le azioni emergenti continuano a trattare a sconto rispetto ai mercati sviluppati, lasciando spazio a possibili rivalutazioni qualora il nuovo ciclo di crescita autosufficiente dovesse consolidarsi nei prossimi anni.