Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente sono tornate ad aumentare nel fine settimana dopo una serie di attacchi militari lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. L’escalation ha provocato un immediato aumento della volatilità sui mercati finanziari, mentre il petrolio è diventato il principale elemento di preoccupazione per gli investitori.
Il timore riguarda in particolare una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale attraverso cui transita tra il 20% e il 30% del commercio energetico marittimo globale. Nei giorni successivi agli attacchi, il Brent è salito di oltre il 10% rispetto alla settimana precedente, superando gli 80 dollari al barile.
I mercati azionari hanno reagito con un iniziale calo: le azioni statunitensi hanno perso alcuni punti percentuali prima di recuperare parzialmente, mentre le Borse non statunitensi hanno registrato ribassi superiori al 5%.
La storia dei ribassi geopolitici
Nonostante la volatilità, la storia dei mercati suggerisce che questi momenti di tensione possono trasformarsi in opportunità per gli investitori.
“La storia mostra che gli investitori dovrebbero sfruttare l’opportunità che sembra emergere dal conflitto con l’Iran: in passato, l’indice S&P 500 ha registrato solidi rendimenti dopo i cosiddetti ribassi geopolitici“, spiegano Jeffrey Schulze, Head of Economic and Market Strategy, e Josh Jamner, Investment Strategy Analyst di ClearBridge Investments, gruppo Franklin Templeton.
Secondo l’analisi della società, le azioni statunitensi hanno registrato in media rendimenti positivi nei periodi di uno, tre e sei mesi successivi a precedenti fiammate geopolitiche.
I risultati peggiori si sono verificati nei casi in cui le tensioni si sono trasformate in conflitti su larga scala o sono coincise con una fase recessiva dell’economia statunitense. Episodi come quelli del 1973, del 1979 e del 1990 dimostrano come, in quei casi, siano state soprattutto le condizioni macroeconomiche a pesare sui mercati.
“A nostro avviso, le condizioni economiche più ampie tendono a prevalere sui rischi geopolitici nei mercati azionari“, osservano Schulze e Jamner.
Rischi di recessione ancora contenuti negli stati uniti
Al momento, tuttavia, il quadro economico appare più solido rispetto ad altri momenti storici.
“Riteniamo che i rischi di recessione negli Stati Uniti restino contenuti, una valutazione confermata dal segnale espansivo proveniente dal ClearBridge US Recession Dashboard“, sottolineano gli analisti.
Anche se l’indicatore legato alle materie prime potrebbe deteriorarsi nei prossimi mesi, l’impatto del conflitto sul quadro complessivo appare limitato. Secondo ClearBridge, le informazioni attualmente disponibili suggeriscono che il conflitto resterà circoscritto e potrebbe durare solo alcune settimane, riducendo il rischio di conseguenze economiche durature.
Il petrolio resta il fattore chiave
Per i mercati finanziari l’elemento da monitorare con maggiore attenzione resta comunque il prezzo del petrolio, principale canale di trasmissione tra la crisi geopolitica e l’economia globale.
Rispetto al passato, però, gli Stati Uniti si trovano oggi in una posizione molto diversa. Il Paese è diventato un produttore netto di energia, e non più un consumatore netto, con effetti potenzialmente più equilibrati sull’economia.
Prezzi più elevati del petrolio possono infatti comprimere i consumi, ma allo stesso tempo favoriscono l’occupazione e i profitti nel settore energetico.
Famiglie meno esposte ai rincari energetici
Un’altra differenza rispetto al passato riguarda il peso delle spese energetiche nei bilanci delle famiglie americane.
Negli ultimi decenni, miglioramenti nell’efficienza energetica — come l’aumento degli standard di consumo delle automobili — e la crescita del reddito disponibile hanno ridotto l’incidenza dell’energia sulla spesa complessiva.
Oggi la spesa diretta per beni e servizi energetici rappresenta meno del 4% dei consumi, un livello inferiore al quasi 5% registrato nel febbraio 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina e ancora più basso rispetto ai livelli precedenti alla guerra del Golfo del 1990 e al conflitto in Iraq del 2003.
“L’impatto sui consumatori americani derivante da costi energetici più elevati dovrebbe essere più contenuto rispetto a quanto suggerirebbero i precedenti storici“, evidenziano Schulze e Jamner.
Dollaro forte e timori per l’inflazione
Gli investitori hanno reagito agli sviluppi geopolitici rifugiandosi nel dollaro statunitense, mentre i Treasury sono stati venduti. Il rendimento del titolo decennale americano è salito di oltre 10 punti base dalla fine di febbraio, tornando sopra il 4%.
Questa combinazione — dollaro forte e rendimenti obbligazionari in aumento — riflette il timore che l’aumento dei prezzi dell’energia possa alimentare nuove pressioni inflazionistiche.
I futures sui Fed Funds indicano infatti una riduzione delle aspettative di taglio dei tassi per il 2026: il numero complessivo di riduzioni previste è sceso da 2,4 a fine febbraio a 1,9.
Fed e inflazione: l’effetto petrolio potrebbe essere limitato
Secondo ClearBridge, tuttavia, il rischio inflazionistico legato al petrolio potrebbe essere sopravvalutato. La Federal Reserve tende infatti a considerare gli shock energetici come fenomeni legati all’offerta, sui quali la politica monetaria ha un impatto più limitato.
Inoltre, la banca centrale presta maggiore attenzione alle misure di inflazione “core”, che escludono le componenti più volatili come le materie prime.
“Sulla base della nostra attuale comprensione del conflitto e dei suoi probabili impatti, continuiamo a ritenere che la Fed taglierà i tassi nella seconda metà di quest’anno“, affermano Schulze e Jamner.
Prospettive ancora positive per gli investitori
Nel complesso, secondo ClearBridge gli eventi degli ultimi giorni modificano solo marginalmente le prospettive economiche per il 2026, che restano orientate alla crescita.
“Continuiamo a credere che, come mostrato dalla storia, gli investitori di lungo periodo saranno premiati per aver acquistato durante i ribassi geopolitici“, concludono Schulze e Jamner.
