Medio Oriente, Kronfol (Franklin Templeton): “Il conflitto non cambia i fondamentali del Golfo”

La nuova escalation militare in Medio Oriente sta riportando al centro dell’attenzione degli investitori i mercati finanziari della di questa area geografica emergente. Per ora, però, la reazione degli operatori appare sorprendentemente contenuta. “Finora l’impatto sui mercati è stato misurato”, spiega Mohieddine (Dino) Kronfol (nella foto), chief investment officer per i Global Sukuk e head of Mena fixed income di Franklin Templeton, intervistato da Bluerating.com.

Secondo il gestore, la principale variabile attraverso cui il conflitto si sta trasmettendo ai mercati è quella energetica. “Il petrolio è salito di circa il 30% dai minimi registrati pochi giorni prima dello scoppio della crisi, mentre i prezzi del gas naturale europeo sono aumentati del 70-80%”, osserva Kronfol (dati aggiornati al 5 marzo). Un movimento che sta già influenzando le aspettative degli investitori, in particolare sul fronte dell’inflazione.

Contrariamente a quanto accade di solito nei momenti di tensione geopolitica, infatti, i titoli obbligazionari non stanno beneficiando particolarmente di un classico movimento di “flight to quality”. Il dato che emerge è invece un ritorno delle aspettative un aumento dei prezzi. “Il mercato sta iniziando a prezzare il rischio di un ritorno dell’inflazione e quindi di politiche monetarie più restrittive”. In altre parole, la fiammata dei prezzi dell’energia potrebbe rallentare il percorso di allentamento intrapreso dalle banche centrali.

Al momento, tuttavia, gli investitori sembrano scommettere su un conflitto di breve durata. “I mercati stanno prezzando uno scenario relativamente contenuto”, sottolinea Kronfol. “Non vediamo movimenti significativi sull’oro o sulle borse”. Ma se la crisi dovesse protrarsi più a lungo, l’impatto potrebbe diventare ovviamente più rilevante per l’economia globale, alimentando inflazione, tassi di interesse e rallentamento della crescita.

In questo scenario, però, i Paesi del Golfo partono da una posizione relativamente solida. “Probabilmente siamo meglio posizionati di molte altre area geografica”, osserva Kronfol. “Abbiamo riserve molto elevate e beneficiamo dell’aumento dei prezzi dell’energia, visto che siamo produttori di petrolio”. Il rischio maggiore, secondo il gestore, riguarda piuttosto gli asset più rischiosi: “Se aumentano inflazione e tassi di interesse, a soffrire di più saranno gli asset rischiosi più che il mercato obbligazionario”.

Dal punto di vista della gestione dei portafogli, Franklin Templeton ha mantenuto un approccio prudente già prima dello scoppio del conflitto. “Eravamo già molto difensivi”, spiega Kronfol. “Abbiamo molta liquidità, livelli di rischio molto bassi e una qualità creditizia media molto elevata”. L’obiettivo è farsi trovare pronti qualora eventuali tensioni sui mercati creassero nuove opportunità di investimento. “Se il conflitto dovesse durare più a lungo, potremmo vedere occasioni per aumentare il rischio di credito nei portafogli”.

Kronfol conosce molto bene i mercati della regione. Nato a Beirut e trasferitosi a Dubai all’inizio degli anni Duemila, lavora da oltre venticinque anni nel settore finanziario mediorientale. Ha fondato nel 2006 una delle prime società indipendenti di asset management della regione che è stata successivamente acquisita da Franklin Templeton, dove oggi guida le strategie sui sukuk e sul reddito fisso dell’area Mena.

Al di là delle turbolenze geopolitiche, il gestore sottolinea come i mercati obbligazionari del Golfo continuino appunto a beneficiare di fondamentali molto solidi. Il debito pubblico dell’area resta infatti inferiore al 30% del Pil, mentre le riserve aggregate si avvicinano al 300% del Pil. “In un mondo in cui molti Paesi sviluppati sono gravati da livelli di debito molto elevati, questa è una differenza significativa”, osserva Kronfol.

Negli ultimi anni, inoltre, le economie del Golfo hanno avviato un percorso di diversificazione sempre più evidente rispetto alla dipendenza dal petrolio. “Oggi circa il 70% del Pil dell’area proviene da attività non legate all’energia”, spiega Kronfol, mentre nel 2019 la quota era intorno al 60%. Turismo, servizi, trasporti, real estate, telecomunicazioni e settore bancario sono tra i comparti che stanno crescendo più rapidamente.

Parallelamente si sta sviluppando con grande dinamismo anche il mercato obbligazionario regionale. I bond dei Paesi del Gulf Cooperation Council hanno ormai raggiunto una dimensione di circa 1.400 miliardi di dollari, mentre il mercato globale dei sukuk supera i mille miliardi. “Si tratta ormai di mercati di dimensioni rilevanti, con sufficiente liquidità e una base ampia di emittenti”, sottolinea Kronfol.

Uno degli elementi più interessanti per gli investitori internazionali è il contributo alla diversificazione di portafoglio. “I sukuk offrono livelli di volatilità molto più bassi rispetto ad altri segmenti del reddito fisso,”, spiega il gestore. “Inserirli in un portafoglio obbligazionario europeo o americano consente di migliorare il profilo rischio-rendimento e di ridurre la volatilità complessiva”.

Una caratteristica strutturale di questo mercato è il forte sostegno della domanda proveniente dal sistema della finanza islamica. Secondo Kronfol, circa il 75% degli asset dell’intero ecosistema della finanza islamica, stimato intorno ai 5mila miliardi di dollari, è detenuto da banche islamiche. “Queste istituzioni sono acquirenti naturali di sukuk e tendono a sostenere il mercato nei momenti di stress”, spiega il gestore. “È anche per questo che la volatilità dei sukuk è spesso inferiore a un terzo rispetto a quella dei mercati emergenti”.

Guardando al futuro, Kronfol ritiene che le tensioni geopolitiche non cambino la traiettoria di lungo periodo dei mercati finanziari del Golfo. Una convinzione maturata in oltre due decenni di attività professionale nella regione. “La strategia di sviluppo e diversificazione economica del Golfo è stata avviata da anni e continuerà”, conclude. “Gli investitori che partecipano a questa storia di crescita e trasformazione hanno buone probabilità di essere premiati nel lungo periodo”.