«Inutile continuare a negarlo. La guerra in Medio Oriente si è intensificata». A parlare è Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, che traccia un quadro preoccupante della situazione attuale. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e la possibile chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, canale di navigazione globale, stanno conducendo verso «una pericolosa escalation». Le conseguenze sui mercati sono già visibili: i future sul petrolio a fine anno sono schizzati alle stelle, così come i contratti a più lunga scadenza, e «l’ampio shock alla catena di approvvigionamento ha scosso i mercati, facendoli uscire dall’autocompiacimento riguardo alle pressioni inflazionistiche».
Aspettative di politica monetaria capovolte
Le previsioni degli operatori si sono radicalmente invertite. «Da un taglio dei tassi da parte della Fed per due o tre volte quest’anno, ora si sta orientando sempre di più verso un rialzo», spiega Tognoli. I titoli di Stato a lungo termine hanno subito un calo, dimostrando di non essere più il rifugio sicuro quando i conflitti innescano shock dell’offerta e alimentano l’inflazione. L’anomalia, secondo l’analista, è che l’indice S&P 500 si attesti solo al 7% sotto i massimi storici: «Una discrepanza: uno shock macroeconomico e un’inversione di tendenza restrittiva nelle aspettative di politica monetaria non sembra del tutto coerenti con gli attuali prezzi azionari».
Impatto sulla crescita globale e sull’inflazione
Tognoli stima che le attuali aspettative sui prezzi dell’energia implichino «un impatto negativo sulla crescita globale del 2026 di circa tre quarti di punto percentuale, unitamente a un’inflazione più elevata». E la situazione potrebbe peggiorare. «Le aspettative di tagli dei tassi negli Stati Uniti si sono dissipate, lasciando spazio a possibili molteplici rialzi nell’eurozona e nel Regno Unito». La scorsa settimana le banche centrali hanno mantenuto i tassi invariati, ma il loro margine di manovra si è ridotto. «La stessa Fed nell’ultimo meeting ha segnalato che le probabilità di futuri tagli dei tassi si sono indebolite in modo significativo».
Uno shock energetico senza precedenti
«Lo shock energetico è più ampio di un tipico picco del prezzo del petrolio», avverte Tognoli. I mercati del gas sono stati sconvolti e la quasi chiusura dello Stretto di Hormuz si sta ripercuotendo su una vasta gamma di fattori produttivi. Europa e Asia sono duramente colpite a causa della loro dipendenza dalle importazioni di energia. «Non si tratta di un’inversione di tendenza per l’inflazione, ma di un ulteriore fattore che ne influenza le prospettive». Ecco perché, secondo l’analista, «i rendimenti più elevati sono destinati a rimanere, anche al termine del conflitto. Ci troviamo in una versione accelerata di un mondo plasmato dall’offerta».
La strategia degli analisti tra tattica e volatilità
Gli analisti stanno riducendo il rischio su un orizzonte tattico, mantenendo una posizione neutrale sui mercati azionari poiché «la valutazione complessiva degli asset rischiosi non è coerente con lo shock implicito nei mercati energetici». Nel reddito fisso, rimangono sottopesati sui titoli del Tesoro statunitensi a lungo termine, poiché «gli investitori richiedono una maggiore remunerazione per il possesso di obbligazioni a lungo termine in un contesto di elevato indebitamento». Il conflitto ha confermato che tali titoli non rappresentano più un cuscinetto affidabile contro shock geopolitici o crolli azionari. Vengono invece segnalati i titoli del Tesoro statunitensi a breve e medio termine, meno sensibili ai tassi di interesse, e valutate positivamente le obbligazioni governative europee a breve termine come riserva di liquidità.
I dati da monitorare nei prossimi mesi
«Nei prossimi mesi saranno da monitorare gli indici PMI globali per avere una prima indicazione su come il conflitto in Medio Oriente stia influenzando l’attività economica», conclude Tognoli. «È abbastanza facile stimare un peggioramento degli indici PMI a causa dell’aumento dei costi energetici e dell’incertezza che pesano sulla domanda». L’analista ritiene inoltre che sia «ancora troppo presto perché il pieno impatto inflazionistico dell’aumento dei prezzi del petrolio si rifletta sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) e sull’indice dei prezzi alla produzione (PPI)».
