Un sistema finanziario parallelo da 9 trilioni di dollari, pari al 40% del PIL americano, che mostra crepe sempre più profonde. E un “PIL fantasma” che alimenta una ripresa percepita solo dai mercati, mentre famiglie e consumatori affondano tra debiti e inflazione mascherata.
A lanciare l’allarme è Maurizio Novelli, gestore del Lemanik Global Strategy Fund di Lemanik, che in una analisi dettagliata traccia di seguito un parallelo inquietante con la vigilia della crisi finanziaria del 2008. Il cuore del problema, secondo l’esperto, risiede nello Shadow Banking System e, in particolare, nel settore del Private Credit.
«Le notizie relative alle difficoltà di alcune società americane attive nel segmento del Private Credit – spiega Novelli – confermano quello che da tempo racconto sulla situazione di crisi dello Shadow Banking System. Il blocco dei riscatti dei fondi di Private Credit sembrano ricordare le situazioni di stress che emergevano sui fondi Bear Stearns prima del 2008».
Il timore è che il meccanismo possa innescare un effetto domino. «Il contagio si è immediatamente riflesso sui titoli delle principali società di Private Equity (Blackstone, KKR, Apollo e Carlyle Group) i cui titoli sono ormai in forte pressione ribassista da molti mesi, con ribassi che, dai massimi raggiunti ormai due anni orsono, si quantificano in un range del 30%-40% e oltre».
Il cuore del problema, spiega Novelli, è l’enorme mole di asset illiquidi in pancia a questi colossi. «L’intero settore dei Private Markets vale circa 9 trilioni di dollari. Il solo settore del Private Equity, secondo l’ultimo rapporto di Bain & Co, detiene circa 3 Trilioni di asset non vendibili nelle attuali condizioni di mercato».
A questo si aggiunge il preoccupante stato di salute del settore immobiliare commerciale, dove le sofferenze sono ai massimi storici. «Le delinquencies hanno toccato il nuovo record di oltre il 12% a fine 2025. È opportuno ricordare che il credito erogato a tale settore dal sistema bancario USA è pari a 4,5 trilioni di dollari (il 20% del PIL) e allo stato attuale nessuna insolvenza appare finora nei bilanci delle banche esposte».
Per Novelli, la tempesta perfetta è in arrivo: «A questo punto è lecito attendersi un netto peggioramento del contesto del credito e una contrazione generalizzata del lending all’economia e al credito al consumo, che ormai da tempo evidenzia una impennata delle insolvenze». Un segnale evidente arriva da Capital One Financial, la più grande società di credito al consumo negli Stati Uniti, che «perde oltre il 20% da inizio gennaio, mentre i profitti “battono le attese”».
Il fantasma del “Ghost Gdp”
Ma se i listini reggono ancora, come è possibile? Secondo Novelli, la risposta sta in una distorsione statistica che definisce “Ghost GDP” (PIL fantasma) . Mentre l’attenzione dei media è tutta sul Capex legato all’AI, l’economia reale sarebbe in una fase recessiva non percepita dai dati ufficiali.
«Dal 2022 in poi siamo stati abbagliati dal “Ghost GDP” – afferma il gestore – ma l’economia reale, per la maggior parte degli households esclusi dal Top 10%, è in recessione da quattro anni. Gli algoritmi dei mercati azionari festeggiano ma la maggioranza annaspa per arrivare a fine mese».
La distorsione, spiega, deriva dal metodo di calcolo del PIL reale, che non considera l’inflazione sui beni importati. «Se si importa un telefono Apple dalla Cina, il cui prezzo sale da 500 a 600 dollari, nel calcolo dell’inflazione interna per il PIL tale aumento non viene calcolato. Ma quando il consumatore spende 100 dollari in più per il suo acquisto, tale aumento va ad incrementare i consumi interni in termini reali. Per questo motivo è facile comprendere perché la maggior parte dei consumatori non percepiscono la crescita economica».
La guerra dell’oro e lo scontro Usa-Cina
In questo scenario di fragilità, la fuga verso i beni rifugio come l’oro diventa una miccia pericolosa. Novelli descrive una vera e propria battaglia sui mercati dei metalli preziosi tra Washington e Pechino.
«L’avvio del 2026 ha evidenziato la “feroce lotta” sui mercati dei metalli preziosi tra Cina e Stati Uniti. L’oro e l’argento, dopo una spettacolare impennata nelle prime settimane dell’anno, hanno subito un massiccio intervento da parte di qualcuno interessato a fermarne il rialzo. Il Governo americano è ormai costretto ad intervenire ovunque per impedire l’innesco di una crisi finanziaria».
Secondo l’analisi, l’impennata di gennaio rischiava di mettere in crisi il Comex, privo di scorte fisiche sufficienti. Ma la contro-mossa cinese ha cambiato le carte in tavola. «Le autorità cinesi hanno imposto alle società minerarie cinesi di non vendere più a termine contratti futures su Argento, innescando di fatto un backstop alla discesa. La Cina ha dichiarato che l’Argento è un metallo strategico. L’oro fisico è scarsamente disponibile a Londra e NY ma è ampiamente stoccato nei forzieri del Shanghai Metal Exchange. Tutto questo evidenzia la “guerra” che la Cina sta facendo alla supremazia del dollaro».
Le prospettive
Le conclusioni di Novelli sono drastiche. Nonostante la calma apparente dei mercati azionari, i rischi sistemici sono ai massimi. Il manager cita le recenti dichiarazioni di Jamie Dimon, ad di JP Morgan, che ha messo in guardia da un imminente collasso del mercato. «Esattamente come nel 2007 e nei primi mesi del 2008, i mercati azionari continuano ad essere concentrati su altre narrazioni, ignorando le problematiche del credito nello Shadow Banking System ed i rischi di un possibile contagio all’economia. La “complacency” che attualmente sostiene le posizioni long sugli asset a rischio è basata sulla strategia della “speranza” che i policymakers siano sempre in grado di intervenire per impedire una crisi – conclude Novelli –. In questi ultimi quattro anni tale strategia si è rivelata vincente, tuttavia la storia ci insegna che nel passato i fondamentali hanno alla fine avuto sempre il sopravvento sugli interventi e che la speranza non è una strategia d’investimento».
