La Francia vende l’oro negli Usa. I possibili prossimi riflessi sui mercati finanziari

Un’operazione tecnica che si trasforma in un “colpo” da 12,8 miliardi di euro: la Banca di Francia ha venduto l’oro che deteneva negli Stati Uniti, realizzando una plusvalenza record che le ha permesso di chiudere l’esercizio 2025 con un utile netto di 8,1 miliardi, capovolgendo la perdita di 7,7 miliardi dell’anno precedente.

La vendita, come riportato da MF, ha riguardato 129 tonnellate d’oro – pari al 5% delle riserve totali dell’istituto, che ammontano a 2.437 tonnellate, la quarta riserva più grande al mondo. L’operazione è stata resa possibile dall’eccezionale livello dei prezzi del metallo giallo, che ha permesso di generare una plusvalenza di 11 miliardi nel 2025 e 1,8 miliardi nei primi mesi del 2026.

Un’operazione di “restyling” delle riserve

Alla base della decisione non vi sarebbero motivazioni politiche, ma una precisa esigenza tecnica. Da quasi vent’anni, la Banca di Francia sta sostituendo le riserve auree più datate con lingotti conformi agli standard internazionali della London Bullion Market Association (LBMA), che richiedono una purezza superiore al 99,5%. Un audit interno del 2024 aveva raccomandato di completare il processo proprio per la quota di oro custodita a New York.

«È un’operazione eccezionale», ha commentato il governatore François Villeroy de Galhau. «Non abbiamo ragione tecnica o intenzione di ripeterla». L’istituto ha infatti contestualmente riacquistato lo stesso quantitativo di oro sul mercato europeo, che ora è custodito nei propri caveau a Parigi. Non si è trattato, quindi, di un trasferimento fisico del metallo attraverso l’Atlantico, ma di una vendita seguita da un riacquisto per riqualificare la qualità delle riserve.

Effetti geopolitici e il ritorno dell’oro in Europa

Sebbene la motivazione ufficiale sia di natura tecnica, l’operazione ha anche un indubbio significato geopolitico. Spostando il valore delle proprie riserve da New York a Parigi, la Francia riduce la propria esposizione a possibili “sorprese” provenienti dagli Stati Uniti, in un contesto internazionale in cui la fiducia nell’alleato americano non è più scontata come durante la Guerra Fredda.

Proprio in quegli anni molti Paesi europei avevano accumulato oro negli Usa come precauzione in caso di conflitto con l’Unione Sovietica. La Francia, già sotto la presidenza di Charles de Gaulle, aveva iniziato a riportare il proprio oro a Parigi.

Nel 2013 fu la volta della Bundesbank tedesca, che tuttavia ancora oggi mantiene il 37% delle proprie riserve a New York e negli ultimi mesi alcuni europarlamentari tedeschi hanno sollecitato il governo di Berlino a completare il rimpatrio. Anche l’Italia conserva oltre il 43% del suo oro negli Stati Uniti.

Un bilancio in utile controcorrente

La plusvalenza realizzata ha permesso alla banca centrale francese di evitare una perdita, un caso raro nel panorama delle banche centrali globali, alle prese con i riflessi negativi della politica monetaria restrittiva.

La Bundesbank ha chiuso il 2025 con una perdita di 8,6 miliardi, mentre la Bce ha ridotto il proprio rosso a 1,3 miliardi, dai 7,9 miliardi del 2024. Anche la Fed americana ha registrato una perdita operativa di 18,7 miliardi di dollari nel 2025, sebbene in netto miglioramento rispetto ai 77,6 miliardi dell’anno precedente.

Le perdite delle banche centrali negli ultimi anni sono dovute all’aumento dei tassi di interesse, che ha fatto lievitare il costo delle passività (come la remunerazione dei depositi delle banche commerciali), mentre gli attivi, costituiti in larga parte da titoli di Stato a tasso fisso e lunga scadenza, non hanno beneficiato del rialzo.

L’utile della Banca di Francia non verrà distribuito allo Stato sotto forma di dividendi, ma servirà a compensare il passivo accumulato nel 2024, secondo quanto specificato dall’istituto.

Ecco un breve capitolo aggiuntivo che approfondisce le possibili implicazioni dell’operazione sulle quotazioni del metallo giallo, pensato per essere inserito nell’articolo.

I possibili effetti sui mercati

L’impatto diretto della vendita della Banca di Francia sul prezzo dell’oro è stato per ora sostanzialmente neutro. L’istituto ha infatti contestualmente riacquistato lo stesso quantitativo di metallo (129 tonnellate) sul mercato europeo, limitandosi a trasferire il valore da New York a Parigi senza modificare l’esposizione netta complessiva. Si è trattato di un’operazione “di sostituzione”, non di una riduzione delle riserve auree francesi.

Tuttavia, il messaggio implicito che arriva ai mercati è più articolato. Da un lato, la scelta di riportare fisicamente l’oro in patria – pur senza muovere i lingotti attraverso l’Atlantico – conferma una tendenza, già emersa con la Germania nel 2013, a ridurre la dipendenza da custodie oltre confine. In un contesto di crescenti tensioni geopolitiche e di discussione sulla “sovranità” delle riserve, questa mossa potrebbe alimentare pressioni affinché altre banche centrali (in primis Italia e Germania) valutino un analogo rimpatrio.

Dall’altro lato, l’enorme plusvalenza realizzata (12,8 miliardi) ha evidenziato in modo eclatante il ruolo dell’oro come riserva di valore in un periodo di alti tassi e di bilanci centrali in sofferenza. Per gli investitori, la notizia rafforza la percezione dell’oro come asset “rifugio” non solo in fase di crisi, ma anche come strumento di rafforzamento patrimoniale per gli stessi istituti centrali.

Sul fronte delle quotazioni future, l’attenzione resterà focalizzata su due fattori: l’evoluzione delle politiche monetarie delle principali banche centrali (che influenzano il costo-opportunità di detenere oro) e le eventuali decisioni di altri Paesi europei riguardo alle proprie riserve custodite negli Stati Uniti. Un eventuale annuncio di rimpatrio coordinato da parte di più banche centrali potrebbe generare attese di maggiori acquisti sul mercato europeo, sostenendo indirettamente i prezzi.