Investimenti tematici, difesa: il quadro attuale e la strategia di Decalia

A tre settimane dall’escalation militare che ha coinvolto Iran, Israele e Stati Uniti, il quadro geopolitico appare profondamente mutato, ma non necessariamente più chiaro. È questo il punto di partenza dell’analisi di Paolo Magri, presidente del Comitato Scientifico dell’Ispi e docente di Relazioni Internazionali all’Università di Bologna, intervenuto durante una presentazione di Decalia sugli scenari geopolitici e le nuove dinamiche strategiche.

“Abbiamo capito poco che non sapessimo già. È cambiato molto e almeno non necessariamente in modo positivo”, osserva Magri. Secondo l’analista, il conflitto non ha rivelato elementi inediti sulle capacità militari in campo: “Non avevamo bisogno di questa guerra per sapere che Israele e Stati Uniti sono due potenze militari enormi, mentre l’Iran è un Paese sanzionato da decenni con risorse limitate”.

Allo stesso tempo, però, il conflitto ha confermato la capacità di resistenza di Teheran, anche attraverso strumenti asimmetrici. “Le fionde di Davide (ovvero l’Iran, contrapposto agli Usa-Golia) oggi sono la geografia, il regime e i droni. E l’Iran, nonostante l’impatto tecnologico degli F-35 americani e israeliani, sta tenendo proprio grazie a questi strumenti”, spiega.

La geografia come fattore decisivo

Uno degli elementi centrali resta la dimensione territoriale. “Abbiamo visto Israele faticare a Gaza per due anni. Qui parliamo di un paese 5.500 volte più grande, dove qualunque cosa può essere nascosta ovunque”, sottolinea Magri. A questo si aggiunge il nodo strategico dello stretto di Hormuz: “Da decenni sappiamo che da lì passa circa il 20% dell’energia mondiale. Non è una scoperta di oggi, ma resta il punto più critico dell’intero sistema”.

Le ragioni della guerra e il ruolo di Trump

Più complesso è comprendere le motivazioni politiche dell’escalation. “Capire perché Trump abbia fatto partire questa guerra significa entrare nella psicanalisi, nella politica interna e nella strategia globale”, afferma Magri. Le interpretazioni sono diverse: “C’è chi pensa a motivazioni personali, chi a un disegno di pace regionale senza l’Iran, chi a una strategia globale legata alla Cina e alle risorse energetiche. Probabilmente c’è una combinazione di tutti questi fattori”.

Un conflitto sempre più globale

Un elemento di novità è l’ampiezza del conflitto. “Abbiamo il conflitto più globale degli ultimi decenni. Non avevamo mai visto così tanti paesi coinvolti contemporaneamente in modo diretto o indiretto”, evidenzia. La situazione è resa ancora più instabile da dinamiche paradossali: “Ci sono paesi colpiti contemporaneamente da attacchi provenienti da fronti opposti. È una situazione di grande surrealità”.

Energia e rischio sistemico

Sul piano economico, la crisi energetica rappresenta una delle conseguenze più immediate. “Abbiamo avuto il più grande rilascio di riserve energetiche della storia recente. È una buona notizia, ma significa anche che siamo davanti alla più grande possibile interruzione delle forniture degli ultimi decenni”. I mercati stanno già reagendo: “Nonostante questi rilasci straordinari, i prezzi continuano a salire. Questo indica la profondità della crisi”.

Scenari possibili: escalation o de-escalation

Le prossime settimane saranno decisive. “Le analisi più serie dicono che il mondo può resistere con Hormuz chiuso per circa due mesi. Dopo entriamo in uno scenario completamente diverso”, avverte Magri. Due le opzioni principali: “Trump può chiudere rapidamente dichiarando una vittoria politica, oppure raddoppiare e puntare alla distruzione completa delle capacità iraniane. Ma entrambe le strade sono estremamente rischiose”. Il rischio maggiore è una reazione estrema da parte iraniana: “Se Teheran percepisce di non avere più nulla da perdere, potrebbe scegliere di bloccare definitivamente Hormuz, con conseguenze incalcolabili”.

Il ruolo degli attori globali

Cina e Russia osservano con attenzione. “Entrambi beneficiano della distrazione dell’Occidente e delle difficoltà della Nato”, spiega Magri. Tuttavia, le loro posizioni divergono: “La Russia, esportatrice di energia, trae vantaggio dall’aumento dei prezzi. La Cina, importatrice, è più esposta nel breve periodo ma accelera sulla transizione energetica”. Anche i Paesi del Golfo si trovano in una posizione delicata: “Non volevano questa guerra. È un enorme fattore di disturbo per economie che puntano a crescita e stabilità”.

L’Europa tra vulnerabilità e irrilevanza

Particolarmente critica la posizione europea. “Siamo i più vulnerabili e allo stesso tempo tra i meno influenti”, afferma Magri. L’Europa rischia su più fronti: energia, migrazioni e stabilità regionale. “Se l’Iran dovesse entrare nel caos, potremmo trovarci davanti a movimenti di popolazione enormi, ben superiori a quelli della crisi siriana”, avverte Magri. Sul piano politico, il problema resta strutturale: “Non è tanto la divisione interna, ma l’assenza di una leadership unica. Senza qualcuno che faccia sintesi, non possiamo essere un vero attore geopolitico”.

Difesa comune: più spesa ma poca integrazione

Infine, il tema della difesa europea. “Questa crisi porterà sicuramente a più spese militari. Ma non porterà a una vera difesa comune”, sostiene Magri. Il rischio è quello di una frammentazione inefficiente: “Stiamo costruendo 27 piccoli eserciti invece di uno solo. È come avere tanti castelli senza un castellone capace di difendere davvero”. E conclude con un monito: “Questa guerra potrebbe risolvere pochissimo e costarci moltissimo. Dal punto di vista del puro realismo, non è nel nostro interesse”.

La strategia di investimento di fronte a questo scenario secondo Decalia

La trasformazione degli equilibri geopolitici passa sempre più attraverso l’innovazione tecnologica, ridefinendo priorità militari e strategie di investimento. In questo contesto, la difesa non è più soltanto una questione di bilanci statali, ma un ecosistema complesso in cui dati, automazione e nuove dottrine operative giocano un ruolo centrale.

Secondo Roberto Magnatantini, lead portfolio manager di Decalia, il cambiamento in atto è profondo e spesso sottovalutato: “Un rischio molto più elevato è stato già discusso, quindi non torneremo su questo. Quello che noi aggiungiamo è l’elemento della rivoluzione tecnologica in corso”.

Sistemi obsoleti e minacce nuove

Molti degli apparati difensivi attuali, spiega Magnatantini, sono ancora ancorati a logiche ereditate dalla Guerra Fredda, non più adeguate alle minacce contemporanee. “Le tecnologie sono cambiate e quello che vediamo in questo momento, per esempio, in Iran, a Hormuz, è il fatto che i sistemi di difesa non sono allineati con la minaccia che è evoluta negli ultimi anni”.

Questa discrepanza apre spazi rilevanti per gli investimenti, soprattutto in un contesto globale: “Il fatto che questa minaccia è globale significa che l’opportunità di investimento è globale”.

Europa e Giappone, ritardi e reazioni diverse

Se l’Europa appare frammentata e poco preparata, altre realtà mostrano dinamiche differenti. “Il Giappone ha la stessa problematica dell’Europa, ha investito pochissimo nella difesa per anni, ma oggi c’è una volontà politica molto più forte e integrata di aumentare la spesa”.

Un elemento chiave riguarda la composizione dei budget. Nei Paesi storicamente meno esposti, la quota destinata agli equipaggiamenti è stata limitata, mentre in contesti ad alta minaccia, come Israele o Corea del Sud, può arrivare fino al 60%. Questo implica effetti moltiplicativi sugli investimenti reali: “Non è un raddoppio, ma può diventare anche sei volte tanto”.

Un settore con logiche uniche

A differenza di altri comparti industriali, la difesa non segue dinamiche di mercato tradizionali. “Non c’è questa meccanica di winner takes all”, sottolinea Magnatantini, evidenziando come barriere politiche e strategiche segmentino profondamente il settore.

Questo si traduce in basse correlazioni tra le aziende e in maggiori opportunità di selezione attiva: “Ci sono capacità di stock picking e decorrelazioni molto importanti”.

La rivoluzione dei dati e dei droni

Tra le principali direttrici di investimento emerge il concetto di Data Dominance, ovvero la capacità di raccogliere, elaborare e utilizzare dati in tempo reale. “Questo permette di resistere anche a forze superiori, come dimostra il caso ucraino”.

Accanto ai dati, i droni rappresentano una vera rottura rispetto al passato: “I sistemi senza pilota sono realmente rivoluzionari”. Tuttavia, la facilità di accesso nelle fasce basse del mercato ha spostato l’attenzione verso i cosiddetti bottleneck tecnologici, come componenti critiche e sistemi di controllo.

Difesa e asimmetria

Un altro tema centrale è quello della guerra asimmetrica. Anche attori con capacità inferiori possono infliggere danni significativi attraverso strumenti relativamente semplici. “Finché siete capaci di lanciare qualche drone o mettere qualche mina fate un danno che è molto difficile da bloccare”.

Questo rende fondamentale lo sviluppo di sistemi di difesa avanzati, in grado di gestire minacce multiple e simultanee: “Dovete vedere, capire la minaccia e trattarla il più velocemente possibile”.

Spazio e missilistica, le nuove frontiere

La corsa allo spazio e la proliferazione di sistemi missilistici stanno ridefinendo ulteriormente il panorama. I costi di accesso all’orbita sono in calo, mentre la domanda di sistemi antimissile cresce rapidamente.

Un dato emblematico riguarda i consumi bellici: “Gli americani hanno usato più di 300 Tomahawk nei primi giorni del combattimento, ma ne producono una cinquantina all’anno”. Una dinamica che evidenzia la necessità di rafforzare le capacità produttive.

Investimenti di lungo periodo

Infine, la difesa si conferma un settore con orizzonti temporali unici. Dalla costruzione di portaerei e sottomarini, che richiede anni, fino alla loro operatività pluridecennale, il comparto offre visibilità e stabilità difficilmente replicabili altrove.

“Non è una tematica di corto termine, ma di molto lungo termine”, conclude Magnatantini, sottolineando come la crescente sofisticazione degli investitori stia premiando le aziende più allineate alle esigenze operative attuali.

In un mondo sempre più instabile e tecnologicamente avanzato, la difesa si conferma così non solo un pilastro strategico, ma anche una delle aree più dinamiche e complesse per gli investimenti globali. E il fondo Decalia Aegis Defense UCITS è strutturato ad hoc per sfruttare questo scenario.