L’escalation del conflitto in Iran riaccende i timori di una nuova crisi energetica globale. Ma, avvertono gli analisti, il contesto economico e monetario in cui questo rischio emerge è profondamente diverso rispetto a due anni fa, quando la guerra in Ucraina sconvolse i mercati.
A tracciare il parallelo tra passato e presente è Valentin Bissat, Chief Economist & Senior Strategist di Mirabaud AM, che in un’analisi approfondita spiega perché oggi le banche centrali dispongono di margini di manovra differenti, e quali asset potrebbero beneficiarne.
Un contesto monetario agli antipodi
Secondo Bissat, la situazione attuale non può essere letta con le stesse lenti del 2022. “All’epoca, le banche centrali si trovavano ad affrontare una situazione particolarmente delicata: i tassi di interesse di riferimento erano ai minimi storici, le aspettative di inflazione a lungo termine iniziavano a disancorarsi e molti responsabili della politica monetaria descrivevano ancora l’aumento dei prezzi come un fenomeno temporaneo”.
A peggiorare il quadro, prosegue l’economista, si è aggiunto “un forte shock della domanda innescato da uno stimolo fiscale eccezionale all’indomani della pandemia, dando origine a un’inflazione alimentata contemporaneamente da uno shock dell’offerta e da un aumento della domanda”. Il risultato, osserva Bissat, è stato “un diffuso inasprimento della politica monetaria, sebbene troppo tardivo”.
Oggi, invece, la Fed gioca con un vantaggio tattico. “La Federal Reserve dispone di un margine di manovra maggiore rispetto alla Banca Centrale Europea grazie al suo duplice mandato: stabilità dei prezzi e massima occupazione”, spiega Bissat. I dati sul lavoro a marzo dimostrano una resilienza tale che “la soglia per un ulteriore taglio dei tassi è elevata”. Diversa la partita in Europa: “La BCE si trova ad affrontare una situazione diversa, poiché il suo mandato, strettamente focalizzato sull’inflazione, le impone maggiori vincoli”.
Perché un rialzo dei tassi ad aprile è improbabile
Nonostante le tensioni, l’ipotesi di una stretta monetaria immediata viene giudicata poco efficace. “Un aumento dei tassi già ad aprile ci sembra improbabile”, afferma senza mezzi termini Valentin Bissat. “Un inasprimento marginale avrebbe effetti limitati su uno shock dell’offerta legato al petrolio o al gas, mentre l’economia europea resta più vulnerabile a un ulteriore irrigidimento”.
La lezione del passato insegna che contro i rincari delle materie prime determinati da guerre e blocchi logistici, la leva dei tassi si rivela spesso uno strumento spuntato, capace solo di aggravare la fragilità della crescita.
Oro: positivi a medio termine nonostante il recente calo
Il metallo prezioso, tradizionale rifugio in tempi di crisi, sta sorprendendo gli operatori per la sua debolezza. Bissat chiarisce il paradosso: “Nonostante la sua reputazione, la correlazione tra il prezzo dell’oro e il rischio geopolitico rimane debole; gli episodi di volatilità globale hanno storicamente avuto solo un impatto limitato sulla sua traiettoria”.
A pesare sono piuttosto fattori tecnici e di mercato. “La recente debolezza del metallo prezioso è infatti determinata da fattori fondamentali, in particolare dall’apprezzamento del dollaro e dall’aumento dei tassi di interesse reali, due elementi che accrescono il costo opportunità di detenere oro”. A ciò si aggiungono le vendite da parte di alcune banche centrali: “La Turchia, in particolare, ha attinto alle proprie riserve per sostenere la propria valuta vendendo 120 tonnellate di oro dall’inizio della guerra, mentre diversi Paesi del Golfo hanno ridotto le loro disponibilità per compensare minori entrate legate al calo delle esportazioni di petrolio e gas”.
Nonostante questi venti contrari, la visione di Mirabaud AM rimane positiva. “Nel medio termine, la questione ricorrente dei disavanzi di bilancio è destinata a tornare al centro dell’attenzione e a riaccendere la domanda di oro. Restiamo quindi positivi e manteniamo una posizione di sovrappeso”, conclude Bissat.
Valute: lo yen sorpassa il dollaro, pesa il debito Usa
Sul fronte dei cambi, la strategia si fa più articolata. Valentin Bissat annuncia una revisione importante: “Abbiamo rivisto al rialzo la nostra valutazione sullo yen, portandolo a sovrappeso rispetto al dollaro e a neutrale rispetto al franco svizzero e all’euro”.
Il motivo va cercato nella svolta imminente della Bank of Japan. “L’aumento dell’inflazione in Giappone, alimentato dalla debolezza dello yen e dai maggiori costi energetici, è probabilmente destinato a spingere la Bank of Japan a inasprire gradualmente la propria politica monetaria. L’obiettivo sarebbe anche quello di contenere il deprezzamento della valuta e ancorare le aspettative di inflazione”.
Quanto al dollaro, il giudizio è di cautela, se non di vero e proprio pessimismo. “Restiamo negativi nei confronti del franco svizzero, dell’euro e della sterlina, nonostante la sua recente stabilizzazione”, afferma l’economista. A gravare sul biglietto verde è il gigantesco fardello fiscale americano. “Con la guerra in Iran, la spesa per la difesa potrebbe raggiungere i 1.500 miliardi di dollari annui, aggravando ulteriormente la già preoccupante traiettoria del debito statunitense. Le dinamiche fiscali potrebbero spingere il deficit a sfiorare il 7% del PIL quest’anno”. Un livello che, in assenza di contromisure credibili, rischia di erodere nel medio termine la fiducia nella valuta americana.
