Investimenti: ecco perché l’AI in Borsa non è una bolla come le dot-com

Mentre i mercati continuano a scommettere pesantemente sull’intelligenza artificiale, molti investitori si chiedono se non stiamo vivendo una riedizione della bolla speculativa che esplose all’alba del millennio. Secondo gli esperti di Ark Invest, però, il confronto con l’era delle dot-com non regge. Le fondamenta, sostengono, sono radicalmente diverse.

“Quando gli investitori ci chiedono se l’AI sia in una bolla, partiamo da due semplici argomenti: c’è domanda? E questa domanda è reale? A nostro avviso, la risposta è sì”, afferma Frank Downing, Director of Research per AI&Cloud di Ark Invest. “Il mercato sta reagendo a un vero salto di qualità in termini di capacità, accessibilità ed economia dell’AI, non solo a una narrativa”.

Il primo pilastro della tesi di Ark è il crollo dei costi. “Nell’AI il ritmo è stato straordinario: i costi di inferenza, in alcuni benchmark, sono diminuiti fino a circa il 99% su base annua, mentre i costi di training sono scesi di circa il 75% all’anno”, spiega Downing, citando analisi interne. Questo calo, interpretato attraverso la Legge di Wright, non è un mero dato tecnico: “Con costi in calo e modelli sempre più intelligenti, ci aspettiamo un’espansione della domanda”, e i primi segnali, come la crescita esplosiva del consumo di token sulle piattaforme per sviluppatori, sono già visibili.

Il secondo pilastro è l’ondata di investimenti infrastrutturali, tangibile e massiccia. “Dal lancio di ChatGPT la crescita ha subito un’accelerazione significativa, con una spesa per sistemi data center che ha raggiunto quasi i 500 miliardi di dollari nel 2025”, osservano gli analisti. Pur riconoscendo che “gli investimenti in tecnologia e comunicazioni hanno raggiunto livelli che ricordano la fase di espansione di fine anni ’90”, sottolineano una differenza cruciale: “le dinamiche di valutazione non sono ancora comparabili ai picchi del 1999–2000”. Inoltre, “molte delle principali piattaforme tecnologiche odierne sono molto più redditizie” e questo mix di business solido può sostenere investimenti prolungati.

La visione di Ark è ottimista e quantificata. “Nei nostri modelli stimiamo che la spesa per sistemi di data center, pari a circa 500 miliardi di dollari nel 2025, possa quasi triplicare entro il 2030, raggiungendo circa 1.400 miliardi”, proiettano. Questa crescita si baserebbe su un’ampia diffusione dell’AI, vista sia come “un nuovo sistema operativo per i consumatori” che come leva per l’enterprise, ormai oltre la soglia del “demo interessante” verso un’adozione massiva.

Infine, un segnale che per Ark parla chiaro: i ricavi sono già realtà. “Vediamo sviluppatori di modelli AI e aziende di applicazioni native AI raggiungere rapidamente livelli significativi di ricavi ricorrenti, spesso con team molto più piccoli rispetto alle precedenti generazioni di software SaaS”, notano. Questo è un forte indicatore di “product-market fit”.

“In conclusione, i livelli di investimento nell’AI sono elevati e la narrativa di mercato può talvolta essere eccessiva”, ammettono gli esperti di Ark. Ma la loro convinzione è netta: “le fondamenta di questo ciclo siano profondamente diverse da quelle di una bolla puramente speculativa”. La combinazione di costi in picchiata, adozione rapida, investimenti robusti e ricavi nascenti dipingerebbe il quadro non di una bolla in attesa di scoppiare, ma degli “ancora iniziali” di una transizione tecnologica destinata a trasformare l’economia digitale per anni a venire.