Investimenti e guerra in Medio Oriente: come muoversi secondo Lemanik

Secondo Filippo Garbarino, gestore di Lemanik, la reazione dei listini al conflitto in Medio Oriente non è solo emotiva, ma legata a doppio filo con i fondamentali macroeconomici. “Il timore principale degli investitori è che lo shock energetico causato dalla guerra in Iran possa alimentare una nuova spirale inflattiva, rendendo l’inflazione più persistente del previsto”, spiega Garbarino.

Uno scenario che cambia le carte in tavola per le banche centrali

L’innesco della crisi arriva in un momento delicatissimo per l’economia americana. Fino a poche settimane fa, i dati delineavano un quadro di rallentamento controllato del mercato del lavoro (con poche assunzioni ma altrettanto pochi licenziamenti), una spesa al consumo sorretta da dati solidi delle carte di credito e utili aziendali resilienti. Gli operatori scommettevano su una prosecuzione del ciclo di allentamento monetario da parte della Fed.

Ora, il rialzo dei prezzi dell’energia rischia di far saltare i piani di Washington. “Tale scenario minaccia di deragliare i piani della Fed, che fino a poco fa puntava a proseguire il ciclo di tagli dei tassi d’interesse nel corso del 2026”, prosegue il gestore di Lemanik. “Di fronte alla prospettiva di tassi alti per un periodo più lungo, i mercati hanno reagito con le vendite: i listini azionari europei e americani hanno subito ribassi significativi, mentre le obbligazioni hanno visto scendere i propri prezzi a causa dell’aumento dei rendimenti richiesti dal mercato”.

La reazione è stata immediata e trasversale, colpendo sia il reddito fisso (con i prezzi dei bond in calo) che l’azionario.

Difesa e oro nel mirino, affondano trasporti e auto

In un conflitto di lunga durata, il mercato azionario si prepara a una netta divergenza settoriale. Da un lato, i comparti legati alle materie prime e alla sicurezza nazionale potrebbero vedere una nuova corsa. Le strozzature nello Stretto di Hormuz terranno il greggio su livelli elevati, mentre i governi occidentali potrebbero accelerare gli ordinativi militari. Anche cybersecurity e oro (storico bene rifugio) sono destinati a raccogliere nuova domanda.

Sul fronte opposto, i settori più esposti ai costi energetici e alla fiducia dei consumatori pagano il prezzo più alto. Il comparto aereo e dei trasporti è sotto shock per l’impennata del carburante e la chiusura delle rotte. Automotive e beni di consumo voluttuari risentono invece della contrazione del potere d’acquisto delle famiglie.

Ma la tempesta perfetta rischia di investire anche i titoli tecnologici, in particolare quelli growth. “Queste dinamiche hanno portato a significativa volatilità che la situazione del Medio Oriente tende ad acuire”, osserva Garbarino. Il mercato aveva già iniziato a mettere sotto scrutinio i maxi-investimenti nei servizi cloud e l’impatto dell’intelligenza artificiale, soprattutto sul software applicativo. Ora, con l’inflazione in agguato, la prospettiva di tassi elevati più a lungo minaccia di comprimere ulteriormente le valutazioni future di questi titoli, gravati da aspettative di crescita a lungo termine.

I venti di guerra che soffiano dal Golfo Persico hanno dunque riaperto ferite che si credevano rimarginate, riportando l’inflazione e i tassi d’interesse al centro del tavolo delle contrattazioni, in un contesto di crescente avversione al rischio.