L’inflazione statunitense accelera oltre le previsioni, complicando i piani della Fed e allontanando ulteriormente l’orizzonte di un allentamento monetario. Aprile ha infatti registrato un tasso d’inflazione annuale al 3,8%, superiore al 3,7% atteso dagli analisti e in netto aumento rispetto al 3,3% di marzo. Anche il dato core, che esclude le volatili componenti di cibo ed energia, è salito al 2,8% dal precedente +2,6%.
I driver della risalita: energia e geopolitica
Secondo Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, i rincari non sono una sorpresa, ma rappresentano un segnale preoccupante per la banca centrale. “Come ci aspettavamo, i principali driver sono stati l’energia (+17,9% su base annua), con la benzina che ha contribuito per oltre il 40% dell’aumento mensile complessivo. Si tratta di un chiaro supply shock legato alle tensioni geopolitiche (conflitto in Medio Oriente e impatti sul prezzo del petrolio)”.
Fed costretta a posticipare i tagli
Tognoli non usa giri di parole nel definire la portata del dato: “Non è una buona notizia per la Fed e il nuovo presidente. Il dato rafforza infatti il quadro di un’inflazione che sta riaccelerando nel breve termine, allontanandosi ulteriormente dal target del 2%”. Di conseguenza, le speranze di un taglio dei tassi nel corso del 2026 subiscono un nuovo rinvio. “Va da sé che le aspettative di tagli nel 2026 (già ridotte dopo i dati precedenti e le proiezioni del FOMC di marzo) vengono ulteriormente posticipate. Mercati e analisti stanno spostando il primo taglio verso fine 2026 o addirittura 2027. Un taglio a giugno o luglio appare ora molto improbabile”.
L’approccio “higher for longer” e i rischi di secondo round
Secondo l’analista, la Fed cercherà di distinguere tra la componente transitoria (legata all’energia) e quella sottostante, ma il contesto generale impone prudenza. “Tuttavia, con un core in risalita e un mercato del lavoro ancora resiliente, la Fed adotterà un approccio data-dependent e cauto (“higher for longer”)”. Il vero rischio, spiega Tognoli, è quello dei cosiddetti effetti di secondo round: “Se i rincari energetici si trasmettono su salari e prezzi core, la Fed potrebbe dover mantenere i tassi fermi più a lungo o addirittura riconsiderare un ulteriore tightening (anche se lo riteniamo poco probabile nel breve)”.
Impatto su dollaro, Treasury e azioni
Lo scenario che ne deriva è chiaro: dollaro più forte, rendimenti dei Treasury in rialzo sui tratti brevi e medi della curva, e una certa pressione ribassista sui mercati azionari nel breve termine. “In sintesi, il report di oggi rafforza la narrativa di un’inflazione “sticky” e geopoliticamente vulnerabile. Crediamo quindi che la Fed manterrà i tassi restrittivi ancora per diversi mesi, in attesa di segnali più chiari di disinflazione sostenibile. Il percorso verso il 2% si conferma quindi lungo e accidentato”, ha concluso Tognoli.
