Il mercato del lavoro statunitense mostra segnali di indebolimento ben più marcati di quanto previsto dagli analisti e cambia rapidamente le aspettative degli investitori sulle prossime decisioni della Fed. I dati diffusi negli Stati Uniti hanno infatti evidenziato una frenata dell’occupazione accompagnata da un significativo ridimensionamento della forza lavoro, elementi che hanno alimentato le aspettative di una politica monetaria meno restrittiva nei prossimi mesi. Secondo Michael Palatiello, ad e strategist di Wings Partners Sim, i numeri pubblicati rappresentano una vera svolta per i mercati finanziari.
Un mercato del lavoro in netto rallentamento
L’economia americana ha creato soltanto 57.000 nuovi posti di lavoro, un risultato nettamente inferiore ai 113.000 attesi dal consenso degli economisti. Anche il dato del mese precedente è stato rivisto sensibilmente al ribasso, passando da 172.000 a 129.000 nuovi occupati.
A pesare ulteriormente sul quadro sono state le revisioni negative dei mesi precedenti: aprile è stato corretto di 31.000 unità e maggio di ulteriori 43.000.
Anche il calo del tasso di disoccupazione, sceso al 4,2% dal 4,3%, non rappresenta un elemento rassicurante. La diminuzione è infatti riconducibile soprattutto alla forte contrazione della forza lavoro, che si è ridotta di circa 700.000 persone.
“Il dato trasuda debolezza da tutti i pori, a partire proprio dalla riduzione della forza lavoro che evidenzia una contrazione pari a 514.000 addetti tra quelli impiegati a tempo pieno e 53.000 addetti nel campo del part time”, osserva Palatiello.
Il calo dell’occupazione a tempo pieno
Uno degli aspetti che maggiormente preoccupa gli operatori riguarda proprio la dinamica dell’occupazione stabile.
Dall’inizio del 2025, infatti, il numero degli occupati a tempo pieno si è ridotto complessivamente di circa 2,2 milioni di unità rispetto al massimo registrato nel gennaio dello scorso anno, tornando sui livelli osservati nel 2024.
Una dinamica che, secondo gli osservatori, suggerisce un progressivo raffreddamento del mercato del lavoro americano e una perdita di slancio dell’economia statunitense.
La Fed potrebbe avere meno margini per mantenere i tassi elevati
La lettura che i mercati hanno dato dei dati occupazionali appare piuttosto lineare: un mercato del lavoro più fragile riduce lo spazio di manovra della Federal Reserve per mantenere una politica monetaria restrittiva ancora a lungo.
“Quello che vedono i mercati è una ridotta capacità della Fed nell’operare in senso restrittivo in ambito di politica monetaria”, spiega Michael Palatiello.
L’ipotesi di tassi di interesse meno elevati rispetto alle precedenti aspettative ha immediatamente trovato riscontro nell’andamento dei principali asset finanziari.
Dollaro e Treasury in calo, oro nuovamente protagonista
Le prime reazioni si sono viste sul mercato obbligazionario e valutario.
Il dollaro ha ripreso a indebolirsi, mentre i rendimenti dei Treasury americani a breve scadenza sono scesi in seguito alle nuove aspettative sui tassi.
In parallelo è tornato a rafforzarsi l’oro, bene rifugio per eccellenza, che ha proseguito il proprio recupero avvicinandosi ai 4.200 dollari l’oncia e mettendo a segno la terza seduta consecutiva di rialzo.
Anche i mercati azionari hanno accolto positivamente lo scenario di una banca centrale potenzialmente meno aggressiva, sostenendo gli indici azionari internazionali.
Attenzione anche al rame: Goldman Sachs vede un deficit molto più ampio
Le prospettive di una politica monetaria meno restrittiva hanno fornito sostegno anche al comparto dei metalli industriali, sebbene i rialzi registrati siano rimasti contenuti.
Tra questi continua a distinguersi il rame, sul quale stanno tornando positive le valutazioni delle principali banche d’affari.
Goldman Sachs, in particolare, ha rivisto sensibilmente al rialzo le proprie stime sul deficit di offerta al di fuori degli Stati Uniti, portandole a 640.000 tonnellate rispetto alle precedenti 60.000 tonnellate, un incremento di oltre dieci volte.
Alla base della revisione vi sono soprattutto le minori produzioni provenienti da alcune delle principali miniere mondiali, con una perdita produttiva stimata in circa 350.000 tonnellate. Tra i fattori più rilevanti figurano il calo dell’attività della miniera di Grasberg, in Indonesia, e della Kamoa-Kakula, nella Repubblica Democratica del Congo.
Secondo Michael Palatiello, il miglioramento delle prospettive per il rame potrebbe rappresentare uno dei temi di maggiore interesse per gli investitori nei prossimi mesi, soprattutto se il contesto di tassi più bassi negli Stati Uniti dovesse effettivamente concretizzarsi.
