L’escalation militare in Medio Oriente ha improvvisamente riscritto le priorità dei mercati finanziari globali. Dopo settimane di speculazioni su un percorso di allentamento monetario da parte della Fed, il biglietto verde ha invertito la rotta con decisione, tornando a rafforzarsi in un contesto di fiammate geopolitiche e prezzi del petrolio in subbuglio. A fare luce su questo scenario complesso è di seguito Lee Hardman, senior currency analyst di MUFG Bank, secondo cui ci troviamo di fronte a un potenziale spartiacque per le sorti del dollaro.
L’effetto Hormuz: petrolio e beni rifugio
L’indice del dollaro è risalito sopra la soglia di 98.000, allontanandosi dal minimo di fine gennaio a 95.551. Il motore di questa risalita è duplice: da un lato la corsa ai beni rifugio innescata dalle ostilità, dall’altro l’impennata del greggio che ha avvantaggiato valute come la corona norvegese insieme al dollaro.
Secondo quanto riportato da Bloomberg, il traffico delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz si è in gran parte fermato. Lo stretto rappresenta un “chokepoint” cruciale: vi transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. «È probabile che gli operatori di mercato continuino a incorporare un premio per il rischio geopolitico nel prezzo del petrolio nel prossimo futuro», spiega Hardman.
Uno shock energetico “made in USA”
L’aumento dei prezzi dell’energia non è solo una variabile per i listini alla pompa, ma un fattore in grado di ridefinire le politiche monetarie e la forza relativa delle valute. Hardman sottolinea come il vecchio continente e l’Asia rischino di essere le vittime principali di questa crisi.
«Come abbiamo già evidenziato, un rialzo più ampio e duraturo dei prezzi dell’energia comporta rischi al rialzo rispetto al nostro scenario di un dollaro USA più debole. Le economie asiatiche ed europee saranno colpite più duramente dallo shock negativo sui termini di scambio derivante dall’aumento dei prezzi energetici rispetto all’economia statunitense».
Il punto centrale, per l’analista di MUFG, è l’effetto che questo rincaro avrà sui tassi della Fed. Prezzi dell’energia più elevati, infatti, potrebbero ridurre il margine per ulteriori tagli dei tassi quest’anno, proprio mentre l’inflazione interna mostra segni di persistenza.
«La nostra previsione di un dollaro più debole si basava sull’ipotesi che la Fed avrebbe ridotto i tassi di altri 50-75 punti base quest’anno, ma ciò sarà più difficile da giustificare se l’inflazione negli Stati Uniti dovesse rimanere più alta più a lungo».
Il precedente del 2022 e la cautela odierna
Hardman traccia un parallelo storico per spiegare la portata di ciò che potrebbe accadere. L’ultimo grande shock energetico risale all’inizio del conflitto in Ucraina.
«L’ultima volta che si è verificato uno shock significativo dei prezzi energetici è stato all’inizio del conflitto in Ucraina, nei primi mesi del 2022, e in quell’occasione l’indice del dollaro si è rafforzato bruscamente di quasi il 20% tra febbraio 2022 e settembre 2022».
Tuttavia, l’analista invita alla prudenza nel confronto diretto: «Pur non aspettandoci questa volta un movimento rialzista di entità analoga per il dollaro USA, ciò rappresenta un chiaro esempio del potenziale di apprezzamento della valuta statunitense». Un monito che arriva anche dal confronto con episodi più recenti e meno impattanti, come gli attacchi del giugno 2025, che ebbero un effetto limitato e di breve durata.
Uno scenario politico incerto e destabilizzante
La variabile politica, in questa crisi, è esplosiva. Il presidente Trump ha dichiarato al New York Times che l’operazione militare potrebbe durare quattro o cinque settimane. A Fox News ha aggiunto un dettaglio cruciale: 48 leader iraniani sarebbero già stati uccisi, incluso l’Ayatollah Ali Khamenei.
Secondo Hardman, questa situazione rende improbabile una rapida soluzione diplomatica. Al contrario, l’Iran ha reagito prendendo di mira basi militari statunitensi in vari paesi del Golfo, aumentando il rischio di un conflitto regionale più ampio. In questo clima, l’analista sottolinea la volatilità che potrebbe generarsi:
«Finora vi sono poche evidenze di una sollevazione popolare in Iran per rovesciare l’attuale regime, che è più probabilmente intenzionato a reagire con forza contro eventuali usurpatori nel tentativo di mantenere il potere. Ciò potrebbe portare ad attacchi più imprevedibili e destabilizzanti, innescando condizioni di elevata volatilità sui mercati finanziari».
Il nodo interno: le elezioni di metà mandato
Infine, Hardman evidenzia la contraddizione in cui potrebbe trovarsi l’Amministrazione Trump. Da un lato, una politica estera aggressiva; dall’altro, la necessità di proteggere i consumatori americani dall’aumento del costo della vita in vista delle elezioni di medio termine.
«Il presidente Trump dovrà attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia sui consumatori statunitensi in vista delle elezioni di metà mandato più avanti quest’anno. La sua popolarità ha già risentito della crisi del costo della vita interno, che probabilmente sarà aggravata dal conflitto in Medio Oriente».
Un rompicapo che rende il futuro del dollaro non solo una questione di tassi d’interesse, ma un complesso equilibrio tra strategia bellica, dinamiche elettorali e flussi energetici globali.
