Nei giorni scorsi il Dipartimento del Tesoro americano ha deciso di raddoppiare il programma di riacquisto di titoli di Stato, portandolo da due a quattro miliardi di dollari al mese a partire da settembre. La mossa è arrivata dopo che il rendimento del T-bond trentennale aveva sfiorato il 5,3%, un livello che non si vedeva dal 2001, spaventando gli investitori per l’inflazione persistente e il rincaro del petrolio.
Secondo JP Morgan è solo un palliativo
Gli analisti di JP Morgan però smontano l’entusiasmo avvertendo che il mercato potrebbe giudicare poco credibile questo tentativo di contenere i costi del finanziamento a lungo termine. Il vero nodo, spiegano, non è tecnico ma fiscale: gli Stati Uniti viaggiano con un deficit al 6% del Pil in un contesto di piena occupazione, e finché non si interverrà con un serio consolidamento dei conti pubblici, ogni operazione di buyback rischia di rivelarsi inefficace.
Se il Tesoro dovesse apparire sempre più opportunistico nella gestione del debito, allontanandosi da un approccio regolare e prevedibile, il cosiddetto term premium potrebbe aumentare, spingendo ulteriormente verso l’alto i rendimenti. In parole povere, gli investitori chiederebbero un premio più alto per detenere bond a lunga scadenza, vanificando l’effetto calmante del riacquisto.
Il debito da 40 mila miliardi pesa come un macigno
Il vero fantasma che aleggia sui mercati è l’enorme mole del debito pubblico statunitense, che ha superato quota 40 mila miliardi di dollari. Un peso che rende sempre più complicato gestire i costi del finanziamento, proprio mentre Washington continua a emettere nuovi titoli per coprire le proprie spese. Secondo un sondaggio di Markets Pulse, il 60% degli intervistati ritiene che la situazione sia destinata a peggiorare fino a innescare una crisi grave. E le conseguenze, ricordano gli esperti, non restano confinate entro i confini americani: i rendimenti dei Treasury sono un faro per i tassi globali, influenzando mutui, prestiti societari e valute di mezzo mondo.
