IA, il collo di bottiglia sono i chip: “Prezzi alle stelle e rischi per i margini di tanti settori”

Ogni grande rivoluzione tecnologica ha dovuto fare i conti con un limite strutturale. Nell’Ottocento fu l’acciaio a frenare l’espansione delle ferrovie; nel Novecento, l’elettrificazione e l’auto si scontrarono con la scarsità di rame ed energia. Oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, il collo di bottiglia più evidente sembra essere un altro.

Robert Almeida, portfolio manager e global investment strategist di MFS Investment Management, spiega in un’analisi recente che dopo le GPU e la capacità di calcolo, è ora la memoria ad alta velocità (DRAM) a rappresentare il vero ostacolo allo sviluppo dell’IA. “Storicamente, i grandi cambiamenti tecnologici vanno sempre incontro a limiti strutturali”, scrive Almeida, tracciando un parallelo con il passato. “Nell’attuale ciclo dell’IA, la strozzatura più evidente è rappresentata dalla disponibilità di GPU e di capacità di calcolo. Più di recente, tuttavia, lo sviluppo dell’IA ha trovato un nuovo vincolo nella carenza di memorie”.

Rincari record

La memoria DRAM, fondamentale per l’elaborazione rapida dei dati nei sistemi di IA, ha registrato aumenti di prezzo senza precedenti negli ultimi mesi. Secondo i dati riportati nel documento, alcune configurazioni e generazioni di DRAM hanno visto rincari compresi tra il 400% e il 2.400%.

“Lo dimostrano gli straordinari rincari registrati negli ultimi mesi da svariate configurazioni e generazioni di DRAM, con aumenti che vanno dal 400% al 2.400%”, sottolinea Almeida. Un’impennata che non riguarda solo i costruttori di chip, ma rischia di propagarsi a valle, interessando l’intero ecosistema industriale.

Un problema che non riguarda solo l’IA

I semiconduttori sono ormai componenti essenziali in quasi tutti i prodotti moderni: smartphone, automobili, elettrodomestici, macchinari industriali. L’aumento strutturale e persistente dei prezzi della memoria, avverte Almeida, avrà conseguenze diffuse.

“Se i prezzi della memoria aumentano in misura significativa e persistente, le pressioni sui costi non rimangono confinate alle società di cloud o neo-cloud che costruiscono cluster per l’IA, ma si propagano all’intero ecosistema”, scrive il portfolio manager. “In sostanza, qualsiasi oggetto con un chip incorporato (ad es. smartphone, automobili, persino frigoriferi) potrebbe essere interessato da un aumento dei costi”.

Margini sotto pressione e il ruolo del pricing power

L’impatto si tradurrà in due possibili scenari. Da un lato, l’aumento dei costi di sviluppo dell’IA rischia di allungare i tempi di ritorno sugli investimenti, mettendo in discussione le valutazioni ottimistiche incorporate nei corsi azionari. Dall’altro, i produttori di beni finali dovranno scegliere se trasferire i rincari sui prezzi al consumo o subire una compressione dei margini.

“In alcuni casi, questo rincaro può essere compensato dal pricing power, ma in altri i margini potrebbero assottigliarsi in misura significativa”, osserva Almeida. “Posti di fronte a poche alternative, i consumatori sono più disposti ad accettare prezzi più alti. Per contro, le aziende che vendono prodotti il cui acquisto può essere differito (ad es. beni durevoli) o che sono sostituibili con alternative a basso costo potrebbero realizzare profitti inferiori a quelli scontati nei corsi azionari”.

Un classico ciclo del capitale

Per Almeida, ci troviamo di fronte a un classico meccanismo di ciclo del capitale: la domanda crescente di capacità di calcolo per l’IA alimenta la richiesta di memoria, ma l’offerta non può essere incrementata rapidamente. I prezzi salgono, i profitti aumentano e, col tempo, nuovi investimenti espanderanno la capacità produttiva.

“L’interrogativo per gli investitori non verte tanto sull’esistenza o meno di questo ciclo, quanto sul punto di esso in cui ci troviamo”, afferma lo strategist. “Si tratta anche di capire quali aziende sono destinate a beneficiarne e quali invece andranno incontro a una compressione dei margini perché non sono in grado di trasferire i rincari dei fattori produttivi sui clienti”.

Perché la gestione attiva può fare la differenza

In questo contesto, la risposta non può essere univoca. Almeida sottolinea come gli indici passivi non facciano distinzione tra chi controlla le risorse scarse e chi le utilizza, né tra imprese con pricing power e quelle che operano al margine.

“Questo è precisamente il tipo di scenario che può premiare l’analisi fondamentale bottom-up”, conclude. “La gestione attiva, invece, può privilegiare le aziende con vantaggi strutturali in termini di accesso alle forniture, capacità tecnologica e disciplina di capitale, evitando quelle i cui utili sono più vulnerabili ai rincari dei fattori produttivi”.