I consumatori Usa guidano la crescita globale. E continueranno a farlo

Probabilmente non esiste forza economica più potente sul pianeta del consumatore statunitense. A sostenerlo è Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, che di seguito mette in fila numeri e tendenze capaci di spiegare perché l’economia mondiale continui a poggiare, in larga misura, sulle spalle delle famiglie Usa.

Con appena il 4,3% della popolazione mondiale, il consumatore statunitense rappresenta quasi il 32% della spesa per consumi personali globale“, osserva Tognoli. Un dato che, da solo, fotografa una sproporzione impressionante. Ma non è tutto: “La quota statunitense della spesa globale è superiore a quella delle successive sei nazioni messe insieme“.

Gli Stati Uniti contano circa 340 milioni di abitanti, che ogni anno spendono complessivamente oltre 20.000 miliardi di dollari. Una cifra superiore a quella dell’intera popolazione dei mercati emergenti, Cina esclusa, pari a 5,5 miliardi di persone. “Se il consumatore statunitense fosse un’economia a sé stante, sarebbe la seconda più grande al mondo”, sottolinea Tognoli.

Un equilibrio che pesa sul Pil Usa

Il peso dei consumi negli Stati Uniti è strutturale: rappresentano oltre i due terzi del Pil nazionale, mentre in Cina il dato comparabile resta sotto il 40%. Negli ultimi dieci anni, la quota delle nazioni in via di sviluppo nella spesa globale è rimasta sostanzialmente piatta, intorno al 39%. Escludendo la Cina, la quota scende al 27% nel 2024, praticamente invariata rispetto a un decennio fa.

“Tutto ciò testimonia la potenza e l’importanza del consumatore statunitense”, afferma Tognoli. “In larga misura, l’economia degli Stati Uniti e quella mondiale poggiano quindi sulle spalle dei consumatori americani, in particolare delle famiglie ad alto reddito“.

Consumi biforcati e disuguaglianze

L’analisi mette però in luce una frattura interna. “Il consumo negli Stati Uniti è biforcato“, spiega Tognoli. Le famiglie a basso reddito sono penalizzate da una crescita occupazionale più lenta, da salari in aumento contenuto e da costi elevati per i beni essenziali. Inoltre, circa il 40% delle famiglie americane non possiede azioni e resta quindi escluso dai benefici del mercato azionario.

“Toro o Orso? Per molte famiglie in difficoltà poco importa”, osserva. “Sono entrambe bestie che spaventano chi vive separato dal mondo di Wall Street”. Al contrario, per i redditi più alti il bull market azionario ha generato un effetto ricchezza che sostiene la spesa.

I dati interni del Bank of America Institute sulle carte di credito e debito mostrano che a gennaio le famiglie ad alto reddito hanno aumentato la spesa del 2,5% su base annua, contro appena lo 0,3% delle famiglie a basso reddito.

Bilanci solidi e tesi rialzista

Secondo Tognoli, le finanze delle famiglie americane si presentano in buona forma. Il debito delle famiglie rappresentava l’11,7% del patrimonio netto nel terzo trimestre 2025, secondo la Fed. Le attività sono cresciute del 7,7% su base annua, superando l’aumento del 4,4% delle passività.

“In definitiva, la tesi rialzista sugli utili e sulle azioni statunitensi per quest’anno si basa in parte sulla forza strutturale del consumatore americano“, afferma.

Un pilastro per le multinazionali

La centralità dei consumatori Usa non riguarda solo le imprese americane. Molte multinazionali straniere generano negli Stati Uniti una quota di ricavi superiore a quella del mercato domestico.

Il principale indice tedesco, il Dax, ricava quasi un quarto dei propri ricavi dagli Stati Uniti, contro il 18,2% dalla Germania. Per l’indice francese Cac, la prima fonte di ricavi è rappresentata dagli Stati Uniti con il 21,3%. Situazione analoga per l’Msci United Kingdom (25,8%), l’Amsterdam Exchange Index (19%), lo Swiss Market Index (34,8%) e l’indice ponderato per capitalizzazione della Borsa di Taiwan (39%).

“L’accesso ai consumatori statunitensi è di vitale importanza per le multinazionali straniere”, osserva Tognoli, ricordando come i dazi introdotti dall’amministrazione Trump abbiano scosso i mercati globali. La successiva riduzione o revoca di molte misure protezionistiche ha contribuito alla revisione al rialzo delle stime sugli utili globali.

Il sogno emergente ridimensionato

Non molto tempo fa, il motore della domanda globale sembrava destinato a spostarsi verso le classi medie dei mercati emergenti. Tra il 2000 e il 2015, la quota dei consumi mondiali detenuta dalle nazioni in via di sviluppo è salita dal 20,2% a quasi il 37%.

Ma la traiettoria si è interrotta. In Cina pesano la crisi immobiliare e un sistema sanitario che incentiva il risparmio. In India, nonostante l’accelerazione degli ultimi dieci anni, il reddito pro capite di circa 2.800 dollari limita l’impatto globale. In Russia, il crollo dei prezzi energetici, la guerra in Ucraina e le sanzioni hanno colpito duramente i consumi.

Pandemia, protezionismo, tensioni geopolitiche e riorganizzazione delle catene di fornitura hanno ulteriormente frenato la domanda nei mercati emergenti.

“Questa è la cattiva notizia”, commenta Tognoli.

Prospettive ancora eccezionali

La buona notizia è che il consumatore statunitense è emerso per colmare il vuoto, confermandosi il super-consumatore mondiale e il principale generatore di utili per numerose aziende“, conclude Tognoli.

Con un tasso di disoccupazione intorno al 4%, possibili benefici fiscali e un mercato azionario rialzista che dura da oltre tre anni, le prospettive restano solide. “Anzi, continuano ad essere eccezionali”, afferma.