L’escalation militare in Iran e la crescente instabilità regionale non hanno solo tragiche conseguenze umanitarie, ma gettano un’ombra inquietante sull’economia globale. Gli investitori trattengono il fiato, con gli occhi puntati sullo Stretto di Hormuz e sul prezzo del greggio. In questo clima di incertezza, le strategie di investimento stanno subendo una rapida e profonda revisione.
A fare chiarezza sui possibili scenari macroeconomici e sulle conseguenti scelte di portafoglio è di seguito Sam Vereecke, CIO Fixed Income di DPAM, che in un’analisi dettagliata traccia i confini di un rischio che i mercati, per ora, sembrano sottovalutare.
I due scenari sul petrolio
Il cuore della questione, spiega Vereecke, risiede nello Stretto di Hormuz, punto nevralgico per il trasporto dell’oro nero. “Gli scenari più rilevanti sono due e ruotano attorno allo Stretto di Hormuz: una breve interruzione che l’economia globale sarebbe in grado di assorbire o un’interruzione prolungata con conseguenze macroeconomiche ben più serie”.
Nel primo caso, quello di uno shock temporaneo, “i prezzi del petrolio potrebbero attestarsi tra 90 e 100 dollari al barile, per poi tornare gradualmente verso i 70 dollari con la normalizzazione dell’offerta”. Un aumento che, pur spingendo l’inflazione globale oltre i target delle banche centrali e gravando sulla crescita del 2026, rimarrebbe “comunque gestibile”.
Tutt’altro copione in caso di interruzione prolungata. “Un’interruzione prolungata, invece, spingerebbe probabilmente il greggio ad almeno 120 dollari al barile, con relativo adeguamento dei consumi e rallentamento dell’attività economica”. Sarebbe lo scenario peggiore, con un’inflazione in forte aumento e una crescita in frenata, mettendo le banche centrali di fronte a un “difficile trade-off di politica monetaria”.
Nonostante le tensioni, il numero uno del fixed income di DPAM nota come i listini non stiano ancora scontando il pericolo peggiore. “Al momento, i mercati non scontano un grave shock dell’offerta. I prezzi di petrolio e gas sono aumentati, ma la volatilità tra spread creditizi, tassi e valute rimane moderata. I mercati reagiscono ai disagi logistici, ma non a una crisi energetica duratura”.
Il bivio delle banche centrali
Ma cosa farebbero davvero le autorità monetarie se la crisi dovesse aggravarsi? Secondo Vereecke, la natura dello shock è determinante. “Qualora lo shock dovesse prolungarsi, le banche centrali si troverebbero di fronte a un’inflazione più elevata e a una crescita più debole”. Trattandosi di uno shock d’offerta (e non di domanda), “riteniamo che i decisori politici sarebbero in ultima analisi più inclini a sostenere la crescita che a inasprire ulteriormente la politica monetaria contro un’inflazione che non possono controllare direttamente”. In pratica, dopo un iniziale tentativo di contrastare l’inflazione, un blocco persistente potrebbe infine spingere le autorità “verso un allentamento, man mano che il freno alla domanda e all’attività diventa più marcato”.
La svolta nei portafogli: addio duration e Btp
Di fronte a questo quadro, la casa di gestione ha radicalmente rivisto il proprio posizionamento, in particolare sui titoli di stato. Vereecke spiega il dietrofront: “A febbraio avevamo già iniziato a ridurre il sovrappeso sulla duration… L’escalation in Medio Oriente ha introdotto nuovi rischi. L’incertezza sugli obiettivi statunitensi nei confronti dell’Iran e la rimozione della leadership iraniana hanno accresciuto il rischio politico”.
La mossa è stata netta. “Abbiamo pertanto ridotto l’esposizione al rischio di credito dei paesi e portato la duration a neutrale. I titoli di stato italiani sono passati da sovrappeso a sottopeso”. Un cambiamento di convinzione radicale: se prima si prevedevano tassi stabili o in lieve calo nel 2026, ora “con l’aumento dei prezzi energetici che spinge l’inflazione headline verso l’alto, tagli dei tassi a breve termine appaiono improbabili”.
Le altre asset class: cautela e liquidità
La prudenza si estende anche agli altri comparti del reddito fisso. Sui mercati emergenti, DPAM mantiene un approccio costruttivo ma con il freno a mano tirato. “L’attuale scenario è caratterizzato da una maggiore avversione al rischio e da una volatilità alimentata dal flusso di notizie… abbiamo ridotto la duration, diminuito l’esposizione agli emittenti sovrani con rating più basso, aumentato modestamente la liquidità”.
Sul credito, infine, la view passa da costruttiva a neutrale. “I mercati del credito sono passati da un contesto fortemente favorevole a uno più incerto”, ammette Vereecke. Nonostante bilanci societari solidi, “riteniamo che le valutazioni attuali non offrano ancora un premio al rischio adeguato a fronte della maggiore incertezza”. La preferenza va quindi a settori più difensivi come utility e telecomunicazioni.
La conclusione di Vereecke è un manifesto della cautela in tempi incerti: “Lo scenario è diventato estremamente complesso, con dinamiche quasi binarie e di difficile previsione. Per far fronte a tale incertezza, abbiamo ridotto il rischio in portafoglio, una scelta che ci garantirà la flessibilità necessaria per assumere nuove posizioni attive non appena si presenteranno occasioni favorevoli”.
