Mentre i mercati finanziari oscillano sotto il peso dell’incertezza geopolitica e macroeconomica, il mercato dell’arte continua a dimostrare una sorprendente capacità di tenuta. A dirlo è Alberto Bassi, Head of Italy di Matis, che in un’analisi dettagliata sottolinea come il segmento delle opere d’arte blue chip stia diventando sempre più rilevante nei portafogli dei grandi patrimoni.
“Il mercato dell’arte – spiega Bassi – continua a mostrare caratteristiche peculiari che lo rendono sempre più oggetto di attenzione da parte degli investitori, soprattutto in un contesto macroeconomico incerto”. I dati parlano chiaro: il volume globale delle transazioni si attesta da circa vent’anni intorno ai 60 miliardi di dollari, con oscillazioni limitate. Un segnale di stabilità, selettiva ma solida.
Resilienza da record
Secondo quanto riportato da Bassi, l’indice Artprice 100 mostra cali meno profondi e fasi di recupero più rapide rispetto agli indici di Borsa. “Rispetto ai picchi pre-crisi del 2008 – scrive – circa tre anni per l’indice Artprice100, contro sei anni per l’S&P 500 e oltre diciotto anni per il Ftse Mib”. Un profilo di resilienza che non passa inosservato.
L’arte blue chip si colloca così in una fascia intermedia per volatilità e liquidità, con un orizzonte di investimento tra uno e cinque anni e performance attese tra l’8% e il 12%, in linea con il private equity ma con una logica di diversificazione alternativa.
L’interesse dei grandi patrimoni
“Oltre l’85% dei collezionisti HNWI considera l’arte un investimento relativamente sicuro rispetto agli asset finanziari tradizionali”, afferma Bassi, citando indagini di Art Basel e UBS. E aggiunge: “Il 10,4% del patrimonio dei clienti dei wealth manager è già allocato in arte e oggetti da collezione”. Tuttavia, nei portafogli tradizionali non assistiti da consulenza, la quota media resta intorno all’1%, segnalando un “potenziale di crescita dell’asset class”.
Il test della geopolitica
Un esempio recente? Le vendite straordinarie dello scorso marzo a Londra, tra Sotheby’s e Christie’s, che hanno portato a casa quasi 400 milioni di sterline complessive. “Queste vendite – sottolinea Bassi – pari al 92% dei lotti venduti, si sono svolte pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti in Iran. In un contesto geopolitico teso il mercato ha mostrato grande resilienza”.
Opere di Francis Bacon, Gerhard Richter, Dorothea Tanning e un record per Henry Moore – la sua scultura “King and Queen”, restaurata dopo un atto di vandalismo – hanno confermato che, quando si tratta di artisti di primo piano, la domanda resta solida.
Arte contemporanea in crescita
Il mercato cambia, ma i volumi restano sostanzialmente stabili dagli anni 2000: nel 2025 si sono registrati circa 59,6 miliardi di dollari in transazioni. “Oggi oltre la metà delle transazioni riguarda artisti che hanno realizzato opere dopo il 1945”, spiega Bassi, rilevando come l’arte contemporanea sia cresciuta “di anno in anno fino a raggiungere il 55% nel 2025”.
Un dato sorprendente, secondo l’analista, è la democratizzazione del mercato: otto opere su dieci vengono vendute sotto i 1.000 dollari, e il 94% delle opere scambiate nel mondo vale meno di 50.000 dollari. Ma il valore si concentra altrove: “Le opere sopra il milione di dollari rappresentano meno dell’1% dei volumi ma oltre il 60% del valore globale delle transazioni”. Nel 2025, si è registrato un boom del 30% del valore delle opere sopra i 10 milioni di dollari.
Il ruolo delle case d’asta e dei privati
Quanto agli operatori, “la quota delle case d’asta nel 2025 pesa per circa un terzo del mercato globale (34,7%)”, mentre le vendite private attraverso le stesse case rappresentano circa il 7%, in forte crescita per ragioni di discrezione. Tuttavia, “il mercato privato – gallerie e mercanti – resta dominante con circa due terzi degli scambi (58,3%)”, conclude Bassi.
Un quadro che conferma l’arte, e in particolare il segmento blue chip, come una riserva di valore capace di attraversare le tempeste.
