Fuga da Piazza Affari: il paradosso del delisting e la crisi delle Borse europee

Lo scorso anno il numero di società quotate a Piazza Affari (Euronext Milan) è scivolato a 198 unità rispetto alle 209 di fine 2024.

Se il valore cresce (dato che la capitalizzazione a Piazza Affari nel 2025 aveva sfondato il tetto dei 1.077 miliardi di euro), perché le eccellenze industriali scelgono la via del delisting? A tracciare un’analisi approfondita del fenomeno è di seguito Gabriel Debach, market analyst di eToro, che invita a guardare oltre i numeri aggregati per comprendere una trasformazione strutturale del capitalismo italiano ed europeo.

“Il tema è che, sempre più spesso, non trovano nella Borsa il posto giusto per stare“, spiega Debach, citando quattro casi emblematici che raccontano altrettante direttrici di fuga.

Il primo è quello di Recordati. Nel 2025 la farmaceutica ha mostrato numeri solidi (ricavi +11,8%, EBITDA +14,5%), ma il mercato non ha premiato la crescita con un’espansione dei multipli. “Il mercato ha incorporato la crescita nel prezzo, ma pagando progressivamente meno ogni euro di utili”, sottolinea l’analista. In questo contesto si inserisce la mossa del fondo CVC, già socio di controllo, che ha presentato una manifestazione di interesse per portare la società fuori dal listino. “Se il mercato non esprime pienamente il valore, si prova a costruirlo fuori dal mercato”, commenta Debach.

Un secondo livello è rappresentato da Tod’s. In questo caso, il riposizionamento del brand e la revisione della distribuzione richiedevano tempo e pazienza. “Il mercato domestico (ma non solo) tende a essere poco paziente su queste storie. Non è che non paga abbastanza. È che non aspetta abbastanza”, afferma Debach, descrivendo l’uscita dal listino come una scelta operativa per ottenere “meno pressione, più tempo, maggiore libertà di esecuzione”.

La terza traiettoria è quella di Exor, che non esce dal mercato ma cambia piazza, trasferendosi ad Amsterdam. “La scelta di Amsterdam è una scelta di ecosistema: governance, flessibilità, accesso a capitale globale. Il mercato pubblico resta centrale. Ma non necessariamente quello italiano”, osserva l’analista.

Infine, il consolidamento strategico, con operazioni come la fusione MPS-Mediobanca o l’OPAS di Poste Italiane su TIM, rappresenta il quarto livello. In questi casi, “il valore resta nel sistema, ma esce dal mercato pubblico”.

Il risultato di queste quattro traiettorie è un saldo negativo senza precedenti. Nel 2025 le uscite da Piazza Affari (30) hanno superato nettamente le nuove ammissioni (21). “La Borsa smette di essere un punto di arrivo stabile e si conferma sempre più come una fase intermedia nel ciclo di vita delle imprese, uno strumento da utilizzare, non necessariamente da abitare in modo permanente”, avverte Debach.

Tuttavia, l’esperto invita a non considerare il fenomeno come una crisi esclusivamente italiana. Si tratta piuttosto di una crisi di competitività del vecchio continente. Negli ultimi dieci anni, aziende tecnologiche europee per circa 1.200 miliardi di valore hanno lasciato il continente. “Quando una società europea sceglie di quotarsi negli Stati Uniti, non cambia solo mercato. Cambia il proprio centro di gravità. E spesso lo fa in modo permanente”, spiega Debach.

Di fronte a questo scenario, la domanda finale si allarga. “Non è più se la Borsa italiana è ancora competitiva. È se i mercati europei, nel loro insieme, sono ancora in grado di competere con un sistema globale in cui il capitale è sempre più mobile, sempre più selettivo, e sempre meno legato a un territorio”, conclude l’analista di eToro.

Secondo Debach, quella che oggi appare come un’emorragia di aziende non è un incidente di percorso, ma il sintomo di un riequilibrio strutturale. “Non è un esodo. È una selezione”, conclude. Un futuro in cui, per le aziende europee, il listino potrebbe non essere più il palcoscenico naturale su cui recitare la parte principale, ma solo una delle possibili quinte.