Negli anni successivi alla crisi finanziaria globale del 2008, i listini di tutto il mondo hanno marciato al ritmo delle grandi società tecnologiche. I colossi basati su piattaforme software e proprietà intellettuale hanno dominato la scena, mettendo in ombra i settori tradizionali legati ad asset fisici come l’industria, l’energia e i materiali. Tuttavia, secondo un’analisi di Owen Dwyer, Deputy CIO di Fineco Asset Management, negli ultimi sei mesi lo scenario ha iniziato a mostrare crepe significative. “Stanno emergendo segnali di un cambiamento di tendenza”, spiega Dwyer, “anche se per ora il movimento resta contenuto, le premesse per un’inversione di rotta strutturale ci sono tutte”.
Le tre leve del cambiamento
Secondo il report di Fineco AM, la potenziale rotazione verso l’economia reale non è un fenomeno casuale, ma il frutto di tre forze convergenti. La prima è la scarsità: il periodo post-pandemico ha messo in luce anni di sotto-investimenti in infrastrutture, energia e materie prime. “I governi occidentali hanno reagito con importanti piani industriali”, sottolinea Dwyer, citando la spesa massiccia prevista per i data center, con investimenti stimati tra i 2 e i 4 trilioni di dollari entro il 2030.
La seconda forza motrice è la geopolitica. La transizione da filiere globali iper-efficienti a modelli più regionalizzati e resilienti sta ridisegnando le strategie industriali. Semiconduttori, farmaceutica e minerali critici non sono più merci qualunque, ma asset strategici da mettere in sicurezza. A questo si aggiunge la crescente attenzione, in Europa e Asia, verso i settori della difesa.
Il terzo fattore è il costo del denaro. Dopo anni di tassi zero che hanno gonfiato i multipli delle società “intangibili”, il nuovo contesto di tassi alti favorisce chi genera cassa nel breve termine. “Oggi il mercato tende a premiare le aziende supportate da asset concreti”, afferma Dwyer, “rispetto a quelle che basano il loro valore su proiezioni di utili ancora lontane dal verificarsi”.
L’effetto AI e la riduzione dei multipli
Parallelamente, gli investitori iniziano a interrogarsi sulla sostenibilità dei mega-investimenti in Intelligenza Artificiale. “Da oltre un anno ci si chiede quali saranno i ritorni attesi di questa ondata di capitale”, spiega il Deputy CIO di Fineco AM. Lo sviluppo di agenti AI specializzati sta alimentando dubbi sulla solidità di alcuni modelli di business nel software e nei servizi IT. “Sebbene gli utili restino robusti, il mercato sembra ridurre le aspettative sulla durata del vantaggio competitivo di queste aziende”, aggiunge Dwyer, riducendo di conseguenza i multipli riconosciuti dal mercato.
Perché il trend potrebbe durare
Ma cosa rende questo trend capace di imporsi nel lungo periodo? Fineco AM individua due pilastri: l’inflazione e le valutazioni. Riguardo all’inflazione, Dwyer osserva che “le società che controllano risorse fisiche scarse vedono crescere il valore degli asset e i ricavi, offrendo una protezione che i bond da soli non possono garantire”. In un contesto di bilanci pubblici sotto pressione, l’inflazione potrebbe essere utilizzata per ridurre il peso del debito, rendendo necessaria una copertura.
Sul fronte delle valutazioni, il discorso è altrettanto chiaro: “Anni di sottoesposizione hanno lasciato molte società del comparto a quotazioni inferiori rispetto al costo di sostituzione dei loro stessi asset”. L’aumento dei costi autorizzativi e finanziari ha creato barriere all’ingresso, tutelando gli operatori storici che, nel frattempo, hanno rafforzato bilanci e aumentato la remunerazione per gli azionisti.
Diversificazione
L’ultimo punto toccato da Owen Dwyer è quello della diversificazione. Gli indici azionari, specialmente negli Stati Uniti, sono oggi un “concentrato” di poche grandi società tecnologiche. “Una concentrazione che aumenta la fragilità complessiva dei mercati”, avverte l’esperto. Inserire asset reali in portafoglio può generare rendimenti meno correlati e rafforzare la tenuta dell’investimento.
“Molti investitori risultano oggi sovraesposti alle azioni statunitensi ad alta componente intangibile”, conclude Dwyer. “Nel contesto attuale, appare opportuno almeno rivedere l’allocazione e valutare una maggiore diversificazione verso comparti e mercati ancorati all’economia reale”.
