A due settimane dall’inizio del conflitto con l’Iran, i mercati globali tornano a confrontarsi con uno scenario complesso in cui geopolitica, inflazione ed energia si intrecciano. L’impennata dei prezzi energetici rischia infatti di riaccendere le pressioni sui prezzi proprio mentre l’inflazione sembrava mostrare segnali di raffreddamento negli Stati Uniti. In questo contesto la Fed è chiamata a muoversi con estrema cautela, mantenendo un approccio fortemente ancorato ai dati.
Il nuovo rischio inflazione legato all’energia
Gli ultimi dati statunitensi sull’inflazione, misurata attraverso l’indice dei prezzi al consumo (CPI) e l’indicatore delle spese per consumi personali (PCE), avevano evidenziato un rallentamento della crescita dei prezzi, sostenuto anche da un andamento relativamente contenuto dell’energia. Tuttavia, quei dati precedono lo scoppio della crisi con l’Iran.
Antonio Tognoli, responsabile Macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, sottolinea come il quadro sia destinato a cambiare rapidamente. “A due settimane dall’inizio del conflitto con l’Iran, i prezzi dell’energia sono aumentati vertiginosamente, aggiungendo un nuovo rischio di inflazione da costi a un contesto già fragile”, spiega.
Secondo l’analista, già a partire dai dati di marzo si potrebbe assistere a una nuova accelerazione dei prezzi. “È atteso un aumento sia dell’inflazione CPI sia del PCE, che sarà tanto maggiore quanto i prezzi della benzina e dell’energia in generale rimarranno elevati”, osserva.
Immobiliare ancora debole
Accanto alle dinamiche inflazionistiche, anche il mercato immobiliare statunitense continua a mostrare segnali di fragilità. Il principale freno resta rappresentato dai costi di finanziamento elevati, che continuano a pesare sull’accessibilità delle abitazioni.
“I tassi ipotecari più elevati e la debole domanda di case unifamiliari compensano i segnali di ripresa nel settore delle costruzioni multifamiliari”, evidenzia Tognoli. Il risultato è un settore immobiliare che resta complessivamente debole, nonostante alcuni segnali di miglioramento in specifici segmenti.
Fed prudente e guidata dai dati
In questo scenario di incertezza, la Fed mantiene un approccio estremamente prudente. L’istituto centrale Usa continua infatti a ribadire il principio della cosiddetta dipendenza dai dati, evitando impegni rigidi sulla futura traiettoria dei tassi.
“L’incertezza sulle prospettive di inflazione e mercato del lavoro rafforza un approccio basato sui dati”, afferma Tognoli. Secondo la previsione di base degli analisti, nel corso del 2026 restano possibili due tagli dei tassi, ma il quadro è sempre più fragile.
La riunione del Fomc sotto i riflettori
L’attenzione dei mercati è ora rivolta alla prossima riunione del Federal Open Market Committee (Fomc), che aggiornerà anche le proprie stime economiche. L’appuntamento arriva in un momento in cui i rischi di stagflazione – crescita debole accompagnata da inflazione elevata – stanno tornando al centro del dibattito.
“Prevediamo che il 18 marzo il Fomc manterrà i tassi invariati e punterà sulle altre opzioni”, spiega Tognoli. “Il Sep aggiornato probabilmente mostrerà aspettative di un’inflazione leggermente più elevata e di una crescita inferiore, ma senza modificare il percorso di politica monetaria”.
Piccole imprese più caute
Nel frattempo emergono segnali di raffreddamento anche dal tessuto produttivo. Il sentiment delle piccole imprese si è indebolito per il secondo mese consecutivo.
Le aziende hanno ridotto sia le assunzioni sia i piani di investimento in capitale fisso, anche se l’ottimismo sulle condizioni economiche generali resta relativamente positivo grazie a utili e vendite ancora solidi.
Commercio estero e dati distorti
Anche i dati sul commercio estero richiedono una lettura attenta. Secondo Tognoli, alcuni flussi legati agli investimenti, come quelli sull’oro non monetario, stanno distorcendo la fotografia dell’economia reale.
“La riduzione di 18,4 miliardi di dollari del deficit commerciale di gennaio sovrastima l’impatto sulla crescita”, spiega l’analista. Inoltre, la forte domanda di prodotti ad alta tecnologia continua a sostenere le importazioni.
Nel complesso, gli analisti prevedono che il deficit commerciale tornerà ad ampliarsi nel corso dell’anno, anche a causa della domanda repressa di importazioni e di una maggiore chiarezza sulle politiche tariffarie.
Petrolio alto, tagli dei tassi più lontani
Proprio l’andamento dei prezzi energetici potrebbe rivelarsi la variabile decisiva per le prossime mosse della Fed. In linea teorica la banca centrale potrebbe ignorare un aumento temporaneo dell’inflazione legato al petrolio, ma nella pratica il quadro è più complesso.
“A prima vista è probabile che la Fed ignori un temporaneo aumento dell’inflazione dovuto ai prezzi dell’energia”, osserva Tognoli. Tuttavia le aspettative di inflazione sono molto sensibili all’andamento dei prezzi energetici.
Se la pressione sui prezzi dovesse rivelarsi persistente, il margine per un allentamento monetario potrebbe ridursi. “La previsione di base rimane quella di due tagli dei tassi di 25 punti base nelle riunioni di giugno e settembre”, conclude l’analista. “Ma più a lungo i prezzi del petrolio rimarranno elevati, più difficile sarà raggiungere tale obiettivo, con la conseguenza di allontanare il taglio dei tassi”.
