L’era del “dollaro forte” come unico pilastro della stabilità finanziaria globale sembra aver fatto il suo tempo. Mentre ci avviciniamo alla pubblicazione della 14ª edizione dell‘Invesco Global Sovereign Asset Management Study 2026, prevista per l’estate, un’indagine anticipata del colosso del risparmio gestito fotografa un cambiamento epocale nella mentalità dei guardiani della finanza mondiale.
Secondo quanto emerge dal sondaggio condotto su un gruppo selezionato di fondi pensione e banche centrali, il doppio binario della debolezza strutturale del dollaro e della frammentazione geopolitica sta spingendo i grandi detentori di capitali a riscoprire l’oro. Non più come semplice bene rifugio, ma come “copertura strategica di riferimento” in un mondo in cui il rischio sanzioni finanziarie è diventato concreto.
L’oro fisico come scudo contro il congelamento degli asset
Il contesto è mutato radicalmente. Con il deprezzamento del biglietto verde e le crescenti preoccupazioni relative alla possibilità di vedere i propri asset congelati (un timore emerso con forza dopo le sanzioni alla Russia), le banche centrali stanno rivalutando sia il livello che la struttura delle loro riserve auree.
L’analisi di Invesco evidenzia un nesso diretto: l’oro fisico, soprattutto se detenuto in patria, offre una protezione che nessun titolo di Stato o deposito in valuta estera può garantire. Per molte istituzioni, questa caratteristica è diventata prioritaria.
Questa nuova consapevolezza si scontra però con la prudenza. Se da un lato la forte performance del prezzo dell’oro nel 2025 ha acceso i riflettori, dall’altro ha generato il timore di rimanere esclusi dal rally. Come ha confessato un istituto centrale europeo citato nel rapporto, la decisione di includere il metallo prezioso nei portafogli è arrivata anche per non “perdere nuovamente il rialzo”. Con i vincoli politici e strutturali che impediscono una rapida riduzione delle riserve in dollari nel breve termine, molti descrivono l’oro come l’unica “leva pratica e immediata” a disposizione.
La nuova frontiera: dagli ETF alla custodia fisica
Con l’aumento delle allocazioni, il dibattito si è spostato dalla strategia alla tattica: non più “se” comprare oro, ma “come” gestirlo. Il sondaggio di Invesco rivela una doppia anima. Da un lato, gli ETF vengono visti con favore per aumentare l’esposizione in modo rapido ed efficiente. Dall’altro, per la detenzione di lungo periodo, l’oro fisico rimane la scelta sovrana per eccellenza, sollevando questioni complesse legate alla custodia e al rimpatrio.
È qui che si inserisce il commento più significativo dell’indagine.
“Le conversazioni di quest’anno mostrano un chiaro cambiamento: le banche centrali non si chiedono più se detenere oro, ma come valutarlo e conservarlo. Si tratta di un profondo cambiamento nella mentalità istituzionale”, ha affermato Rod Ringrow, responsabile delle istituzioni ufficiali presso Invesco.
IA: attenzione agli “adottanti” e cautela sui prezzi
Parallelamente alla corsa all’oro, il sondaggio esplora l’atteggiamento dei fondi sovrani verso l’IA. Qui l’entusiasmo è più misurato e si concentra sugli “adottanti” piuttosto che sui “costruttori” di tecnologia. L’IA viene vista come un’infrastruttura abilitante, ma gli investitori sovrani mostrano i muscoli freddi di fronte a valutazioni ritenute eccessive.
“Potrebbe esserci prima una fase di bolla, poi emergeranno i vincitori dominanti”, ha avvertito un fondo sovrano dell’area APAC, sintetizzando il timore di ripetere gli errori del passato. Sul fronte operativo interno, l’IA viene utilizzata con parsimonia e sotto stretta sorveglianza: utile per sintetizzare ricerche o migliorare l’efficienza della codifica, ma ancora lontana dall’essere ritenuta affidabile per guidare le decisioni di portafoglio.
Resilienza: la parola d’ordine del 2026
Infine, l’indagine di Invesco delinea il profilo dell’investitore sovrano del futuro, sempre più focalizzato sulla resilienza. In un mondo di regimi macroeconomici mutevoli e incertezza cronica, non si tratta più di fare scelte puramente difensive, ma di costruire portafogli in grado di assorbire gli shock.
Ringrow conclude: “La resilienza non è più solo una posizione difensiva, ma sta diventando una componente sempre più importante nella progettazione dei portafogli per gli investitori sovrani”. Un approccio che passa attraverso stress test avanzati e una diversificazione che guarda al di là delle tradizionali correlazioni di mercato, con uno sguardo sempre più attento ai mercati privati e agli strumenti secondari come valvola di sfogo per mantenere l’equilibrio senza smantellare le strategie di lungo periodo.
