Negli ultimi due decenni, gli investitori hanno potuto contare su una certezza: quando le azioni scendevano, le obbligazioni salivano. Questo meccanismo, noto come correlazione negativa, ha rappresentato il fondamento della diversificazione tradizionale. Oggi, però, questo schema si sta incrinando. Come spiega Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, “la crescente correlazione tra azioni e obbligazioni ha sollevato un interrogativo importante per gli investitori: la diversificazione tradizionale funziona ancora?”
Il crollo del 2022, un campanello d’allarme
Per lungo tempo, la strategia 60/40 – 60% azioni e 40% obbligazioni – ha dimostrato la sua solidità. Secondo i dati citati da Tognoli, “un’allocazione 60/40 ha generato rendimenti annuali positivi in 29 degli ultimi 36 anni”. La pandemia, tuttavia, ha rappresentato un punto di svolta. Gli stimoli fiscali e monetari hanno fatto schizzare l’inflazione ai massimi pluridecennali, costringendo la Fed a un aggressivo ciclo di rialzo dei tassi.
Le conseguenze sono state drammatiche nel 2022, quando “sia le azioni sia le obbligazioni hanno registrato bruschi cali, determinando un drawdown di circa il 16% per un’allocazione 60/40, la peggiore performance annuale dal 2008”. Per la prima volta, le obbligazioni non hanno protetto il portafoglio, ma anzi hanno amplificato le perdite.
Il recupero successivo e le nuove fragilità
Negli anni seguenti, la situazione è parzialmente migliorata. Un’allocazione 60/40 ha generato un +18% nel 2023, +16% nel 2024 e +14% nel 2025. Tognoli osserva che “durante il selloff azionario dello scorso anno innescato dai dazi, le obbligazioni hanno fornito stabilità: il Bloomberg U.S. Aggregate Bond Index è salito di circa l’1 per cento, mentre l’S&P 500 ha perso all’incirca il 18 per cento tra metà febbraio 2025 e inizio aprile 2025”.
Tuttavia, la volatilità delle correlazioni rimane elevata. Le recenti tensioni tra Stati Uniti e Iran e l’incertezza sulla politica della Fed “hanno nuovamente messo sotto pressione entrambe le classi di attivo, spingendo le correlazioni di breve termine tra azioni e obbligazioni nettamente al rialzo, fino ai livelli più estremi dal 1999”.
Il ruolo chiave dell’inflazione
Secondo l’analisi di Tognoli, la relazione tra azioni e obbligazioni dipende in larga misura dal contesto macroeconomico. “In contesti di inflazione bassa e stabile, le correlazioni azioni-obbligazioni tendono a essere basse o negative, poiché prevalgono i timori legati alla crescita”. Al contrario, “le correlazioni tendono a diventare positive in contesti inflazionistici o stagflazionistici, dove i timori sull’inflazione prevalgono su quelli sulla crescita”.
In pratica, quando l’inflazione è elevata, la Fed ha minore capacità di tagliare i tassi per sostenere l’economia, e azioni e obbligazioni possono scendere simultaneamente.
Adattare, non abbandonare, la strategia tradizionale
Tognoli è chiaro: “Il messaggio chiave non è che la diversificazione abbia smesso di funzionare, ma che sia diventata più dipendente dal regime di mercato, rafforzando la necessità di adattare, non di abbandonare, lo schema 60/40”. Questa strategia resta “una base solida per portafogli bilanciati”, anche perché “gli attuali rendimenti nominali e reali, vicini all’estremo superiore del loro range dal 2008, hanno migliorato le prospettive complessive di rendimento del reddito fisso”.
Ciò che cambia, spiega l’esperto, è la necessità di “un approccio più dinamico alla diversificazione”. Tra gli strumenti da considerare ci sono “asset sensibili all’inflazione come gli asset reali, comprese le materie prime, le infrastrutture e l’immobiliare, nonché l’accesso ai mercati privati attraverso strategie di investimento alternative”.
Attenzione alla concentrazione azionaria
Un altro fattore di rischio è la crescente concentrazione nei mercati azionari. Tognoli evidenzia che “i primi 10 titoli dell’S&P 500 rappresentano oggi circa il 40 per cento della capitalizzazione totale di mercato, in crescita rispetto al 23 per cento di inizio 2020”. Questo dato sottolinea l’importanza di “diversificare tra settori, stili ed esposizioni”.
In sintesi
I regimi di mercato cambiano, ma i principi dell’investimento restano gli stessi. Come conclude Tognoli, “mantenersi ancorati alle allocazioni strategiche, preservare un’ampia diversificazione e ribilanciare con criterio il portafoglio può aiutare gli investitori a navigare l’incertezza. In un contesto macroeconomico più complesso, l’obiettivo non è abbandonare la diversificazione, ma renderla più resiliente”.
