L’escalation del conflitto in Medio Oriente sta ridefinendo gli equilibri dei mercati finanziari a livello globale. Secondo Tim Murray, Capital Markets Strategist della Multi-Asset Division di T. Rowe Price, il vero nodo da sciogliere per gli investitori è l’energia, con implicazioni profonde per l’inflazione, le banche centrali e la geografia dei flussi di capitale.
L’energia come canale di trasmissione
Il primo effetto del conflitto si misura in barili di petrolio e metri cubi di gas. Secondo l’analisi di T. Rowe Price, l’impatto economico non deriva tanto dalle interruzioni dirette del commercio, quanto dal rischio di un aumento sostenuto e prolungato delle materie prime energetiche.
“Il principale canale di trasmissione economica dal conflitto in Medio Oriente è l’energia. I mercati sono meno concentrati sulle interruzioni dirette del commercio e più sul rischio di aumenti sostenuti dei prezzi del petrolio e del gas naturale. Si tratta di un elemento particolarmente importante per l’Asia”, spiega Murray.
Il divario energetico tra le due sponde del Pacifico è netto: mentre gli Stati Uniti sono ormai produttori netti, gran parte dell’Asia dipende dalle importazioni. “L’aumento dei prezzi dell’energia può sostenere alcune parti del mercato statunitense, in particolare il settore energetico, ma frena la crescita, i margini, le valute e le partite correnti in gran parte dell’Asia. Ciò crea un vento contrario relativo per la regione, in un contesto di avversione al rischio”, aggiunge l’esperto.
A complicare il quadro, il posizionamento dei mercati. Negli ultimi mesi, molti investitori avevano scommesso sul rallentamento americano a favore della ripresa asiatica, un trade che ora si è fatto affollato e quindi vulnerabile. “Gli shock geopolitici tendono a sbloccare rapidamente i trade affollati”, avverte Murray, sottolineando inoltre come la composizione settoriale di Wall Street offra una maggiore resilienza grazie alla presenza di difensivi come beni di prima necessità e utility.
Le conseguenze su inflazione e Fed
L’aumento del costo dell’energia rischia di vanificare i progressi fatti nella lotta all’inflazione, specialmente negli Stati Uniti. Fino a ieri, i mercati potevano sperare in un allentamento monetario grazie al raffreddamento dei servizi e dei salari. Ma il petrolio potrebbe riaccendere la miccia dei prezzi.
“In termini di inflazione, il rischio principale derivante dal conflitto riguarda l’energia. Il petrolio è senza dubbio il fattore più importante per l’inflazione globale. Influisce direttamente sui costi dei carburanti e dei trasporti, ma ha anche un impatto indiretto su un’ampia gamma di prodotti manifatturieri e catene di approvvigionamento”, afferma Murray.
L’allarme è concreto: “Un aumento sostenuto dei prezzi del petrolio spingerebbe probabilmente l’inflazione dei beni verso l’alto piuttosto rapidamente”. Questo scenario metterebbe in seria difficoltà la Fed. “Se i prezzi del petrolio aumentassero e l’inflazione dei beni riprendesse slancio, ciò potrebbe complicare il percorso della Fed, che potrebbe dover rimanere più cauta di quanto attualmente previsto dai mercati, limitando potenzialmente il grado di riduzione dei tassi nella seconda metà del 2026. In breve, l’energia è il fattore determinante per le prospettive di inflazione”.
La crisi d’identità degli asset rifugio
In un contesto di crescente tensione, gli investitori guardano ai porti sicuri, ma la risposta dei tradizionali beni rifugio è stata finora atipica. Oro e yen giapponese, storicamente i primi a beneficiare della “fuga dal rischio”, stanno mostrando il fianco a dinamiche interne che ne offuscano il ruolo.
“Almeno per il momento, i tradizionali beni rifugio non si stanno comportando in modo così netto come in episodi geopolitici simili in passato”, osserva Murray. Il metallo giallo, in particolare, ha subito una trasformazione: “L’oro, in particolare, ha assorbito una quantità significativa di capitale speculativo nell’ultimo anno. Di conseguenza, ha assunto alcune delle caratteristiche di un bene guidato dal momentum piuttosto che di una pura copertura difensiva”.
Quanto allo yen, la valuta nipponica è appesantita dalle incertezze di politica interna. “Le continue domande sulla traiettoria fiscale del Giappone e sul futuro percorso della politica della Banca del Giappone hanno fatto aumentare la volatilità della valuta, riducendone l’affidabilità come semplice copertura contro il rischio”.
Per le obbligazioni, infine, il pericolo è di essere travolte dallo shock inflazionistico. “Rimangono una copertura efficace contro il rischio di recessione. Tuttavia, se questo conflitto porterà a un aumento dei prezzi dell’energia, è più probabile faccia crescere i timori di inflazione piuttosto che provocare un immediato crollo della crescita. In uno shock causato dall’inflazione, la duration non rappresenta sempre il tipo di copertura che gli investitori si aspettano”.
Come riposizionare i portafogli
Di fronte a uno scenario geopolitico incerto e a una rapida evoluzione strutturale dell’economia (dall’intelligenza artificiale al cambio di politiche globali), Murray invita a non affidarsi ai vecchi schemi. La parola d’ordine diventa diversificazione, con un occhio di riguardo per gli asset reali.
“Si tratta di una questione più complessa del solito. Gli investitori si trovano ad affrontare un contesto di incertezza insolitamente elevata, non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche strutturale”, premette lo strategist.
La scarsità di beni rifugio funzionanti rende necessaria una strategia su più fronti. “I beni rifugio sono relativamente scarsi, il che rende la diversificazione ancora più critica. Gli asset reali, in particolare le materie prime, possono svolgere un ruolo importante in uno scenario di conflitto prolungato. Tendono ad agire come efficaci coperture contro l’inflazione e storicamente hanno performato bene durante gli shock determinati dall’offerta”.
Non va dimenticata la prudenza: “Allo stesso tempo, mantenere un’allocazione equilibrata in obbligazioni e liquidità è prudente nel caso in cui l’aumento dei prezzi dell’energia finisca per spingere le economie verso una crescita più lenta o una recessione”.
Infine, una finestra di opportunità si apre sul mercato azionario domestico statunitense. “Nell’ambito delle azioni, privilegiamo le small cap statunitensi. Queste potrebbero sottoperformare durante episodi di forte avversione al rischio, ma le valutazioni sono relativamente interessanti, i ricavi sono più orientati al mercato interno e il ciclo economico statunitense sembra in fase di espansione. Questo contesto potrebbe essere favorevole, a condizione che il conflitto non si trasformi in uno shock prolungato dell’offerta di petrolio”.
